: Risultati, 2006
Premio Alessandro Tassoni, Seconda Edizione, Modena, Anno 2006
VINCITORI
Sezione A : - MIRELLA SERRI per il volume I redenti (Corbaccio Editore, Milano 2005)
Sezione A : - DARIO VOLTOLINI, per il volume Il tempo della luce (Effigie, Milano 2005)
Sezione B : - MARIO LUNETTA (riconoscimento speciale, alla carriera)
MOTIVAZIONE per Mirella Serri
Il Premio “Alessandro Tassoni” 2006 per un’autrice va a Mirella Serri per il volume di saggistica I redenti (Gli intellettuali che vissero due volte - 1938-1948) (Corbaccio, Milano 2005). Attraverso un coraggioso ed approfondito esame del cruciale decennio1938-1948, Mirella Serri conduce una preziosa quanto sinora inedita indagine sulle vicende che videro passare moltissimi dei più noti intellettuali dell’epoca da una militanza di destra ad una di sinistra. Collaboratori della rivista fascista “Primato” (diretta da Cesare Bottai), uomini e donne di cultura come Argan, Guttuso, Rossellini, Alvaro, Quasimodo, Aleramo, Montanelli, Pratolini, Brancati, Buzzati e molti altri - “fascisti redenti” - operarono in quel fatidico decennio una “svolta” epocale e per lo più passata, in quegli anni e dopo, sotto silenzio.
Merito grande del libro della Serri (docente di letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma, autrice di vari volumi, collaboratrice di importanti testate giornalistiche) è quello di aver affondato il bisturi in questa delicatissima materia (ancora censurata, rimossa), ripercorrendo gli itinerari ideologici di alcuni dei protagonisti della cultura italiana di quegli anni (e dei seguenti), venendo così a chiarire un periodo complesso e oscuro della nostra storia. Ma anche, di riflesso, tanti ritardi e stalli nello sviluppo reale e concreto della democrazia oggi. (Mariella Bettarini)
MOTIVAZIONE per Dario Voltolini
Dario Voltolini con Il tempo della luce aggiunge un altro tassello alla sua coerente e originale ricerca letteraria che ne fa uno delle più importanti figure della narrativa della sua generazione.
In questa opera egli nuovamente rifonde la sua esattezza linguistica - che riesce a spingersi fino alla de-scrizione degli stessi processi mentali, in una linea realistica che dà corpo di parola ai movimenti più astratti della concettualità -; la sua capacità di scartare dall’ovvietà dello sguardo, sempre graffiando l’immagine e scavando nelle cose; la sua ironia; una vasta cultura animata da una curiosità inesauribile; la sua capacità di fondere più generi (qui il taglio saggistico contaminato col racconto e con illuminazioni liriche) e soprattutto la sua forte capacità allegorica che qui fa del cielo un emblema dei limiti della narrazione stessa - come egli si chiede nel capitolo 11: «Può un racconto raccontare, ma non raccontare una storia?» -.
Alla sua attività , di una qualità senza cedimenti al mercato, e a libri come questo si deve la persistenza di una voce che non cessa mai di interrogare la scrittura, la lingua e la cultura tenendo insieme ricerca e possibilità del racconto. (Gianni Cascone)
MOTIVAZIONE per Mario Lunetta
L’attività letteraria di Mario Lunetta si è svolta fin dall’inizio all’insegna di un poligrafismo estremo che non sente alieno da sà© alcun tipo di scrittura. La sua vastissima bibliografia ha il suo punto di partenza nella poesia (Tredici falchi, 1970; Lo stuzzicadenti di Jarry, 1972), ma si allarga subito negli anni Settanta al romanzo (Dell’elmo di Scipio, 1974; I ratti d’Europa, 1977; Mano di fragola, 1979 sono i primi titoli narrativi, e sono testi decismanete sperimentali, molto elaborati e multiplanari e polifonici). Lunetta ha curato anche in modo particolare il genere breve del racconto, oggi in disuso (tra le varie raccolte ricordo Cucaracha, 1988; Mercato delle anime, 1998 e le due sillogi uscite da Odradek Soltanto insonnia, 2000, Cani abbandonati, 2003) e ha frequentato il teatro (Coca-Cola di Rienzo Story, Bologna-Ferrara-Milano, Book, 1991); anzi si può dire che per la tendenza alla controversia e alla dialettica l’intera sua opera contenga una intrinseca “vocazione teatrale”. E poi c’è la lunga milizia nel campo della critica, con saggi e recensioni sui quotidiani e le riviste (”Paese sera”, “il Messaggero”, “Rinascita”, oggi “Hortus Musicus” che ospita anche suoi caustici aforismi). La produzione critica ha dato, oltre a una vasta messe di prefazioni e curatele, varie raccolte di saggi, tra cui ricordo: La scrittura precaria, 1972; Da Lemberg a Cracovia, 1984; Et dona ferentes, 1996, Invasione di campo, 2002). In esse si leggono rigorose analisi di testi e insieme interventi che possiedono un fortissimo gradiente teorico e testimoniano quindi la lucidissima autocoscienza della scrittura lunettiana. E poi c’è l’attività pubblica di Lunetta, non solo la presenza della sua voce nelle letture di poesia, ma anche l’organizzazione di tanti cicli di presentazione e di rassegna di autori. Una funzione di “mobilitazione” dei poeti, che Lunetta ha assolto anche come curatore di Antologie (una svolta storica, a segnare la fine degli anni del “riflusso”, quella curata in collaborazione con il compianto Franco Cavallo, la Poesia italiana della contraddizione, pubblicata da Newton Compton, nel1989. Nonchà©, negli anni vicini l’impresa dell’Almanacco Odradek che si avvicina al suo quarto volume.
Un’attività torrenziale, direi meglio fluviale. Per Lunetta davvero si attaglierebbe l’antico motto nulla dies sine linea. Ma forse andrebbe aggiunto et nulla linea sine “linea”, intendendo con ciò che nulla è innocente, nelle scelte compiute dall’autore, niente è mero riempimento del tempo o fatto per fare, e tutto invece è tendenza, lavoro volto a produrre istanze “forti”, culturali e civili. Venuto subito immediatamente dopo i “fuochi” del Gruppo 63, Lunetta ha portato avanti nel tempo una ricerca impregiudicata ma mai arresa a tornare a “prima delle avanguardie”. Semmai, la sua attenzione è stata quella di praticare uno sperimentalismo non meccanico, privo di paratie e di steccati, volto a utilizzare qualsiasi forma e qualsiasi tradizione, purchà© si adattasse a un duro e radicale progetto di opposizione. Così come in poesia (ricordo altre raccolte degli Ottanta: Autoritratto con acrostici, 1987; In abisso, 1988; Panopticon, 1990) Lunetta è uno degli autori che più si è applicato ad abbassare e decostruire le pretese dell’io lirico, in una crudele autocritica in versi, così nella narrativa (penso a Guerriero Cheyenne, 1987; Puzzle d’autunno, 1989; L’ubicazione di Lhasa, 1993; Montefolle, 1999) si è dato a costruire storie demistificanti, cattive, sempre al limite dell’assurdo e del grottesco, del rovesciamento e della derisione. Tra l’altro, in tempi di sempre maggiore standardizzazione e impoverimento del linguaggio, Lunetta dà l’esempio di un narratore-scrittore, praticando anche in prosa l’esuberanza della metafora o della singolare oralità . Disposizioni che vanno ancora al massimo nelle per ora ultime prove narrative come il “noir” Figure lunari (2004) e il polifonico I nomi della polvere (2005); nonchà© nel graffiante sarcasmo dei “dialoghetti blasfemi” de La mela avvelenata, uscito proprio a cavallo dei nuovo Millennio (2000).
Una linea: e con questa intendo dire anche “impegno” politico e polemico, in anni di “tiracampare” e di astuzie postmoderne. Non risparmiando alcuna delle “delizie indigene” italiane, Lunetta ha voluto invece tenere aperti gli occhi sul buio del nostro presente. E lo testimoniano i titoli recenti delle sue raccolte poetiche, che battono sul “dente-che-duole” di una discesa che sembra non toccare mai il fondo: Saldi di fine stagione, 1992; Antartide, 1993 (un gelo assoluto…); il geniale Catastrofette, 1997 Lettera morta, 2000.
Lunetta ha tenuto spesso a fare suo il motto di Caravaggio “Nessuna speranza, nessuna paura”. E nessuno meglio di lui, teorico di una “scrittura dell’orrore”, ha saputo tenere insieme con estremo rigore e attraversando tutti i possibili generi di scrittura, l’angoscia e lo sdegno, il guizzo inventivo e la risata sarcastica, la visione “nera” e l’incrollabile fiducia “materialistica” e utopica che il corpo degli uomini sia fatto per la felicità . (Francesco Muzzioli)












DARIO VOLTOLINI, IL TEMPO DELLA LUCE, EFFIGIE, MILANO 2005 (NARRATIVA)
Descrizione de IL TEMPO DELLA LUCE
MIRELLA SERRI, I REDENTI, CORBACCIO, MILANO 2005 (SAGGISTICA)Insegna Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università di Roma. Ha dedicato saggi ai maggiori autori contemporanei. Ha pubblicato tra l’altro, Carlo Dossi e il racconto, Storie di spie. Saggi sul Novecento in letteratura, Il breve viaggio. Giaime Pintor nella Weimar nazista (che ha vinto il premio Capalbio e il premio Salvatore Valitutti). Ha curato Doppio diario. 1936-1943 di Pintor e ha partecipato al volume collettivo Novecento delle italiane. Collabora a l’Espresso, La Stampa, Ttl, Specchio e al Corriere della Sera-Magazine.
MARIO LUNETTA, RICONOSCIMENTO SPECIALE, ALLA CARRIERA