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Premio Alessandro Tassoni
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Premio Alessandro Tassoni 2009 - Vincitori - Motivazioni - Foto

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I premi sono stati consegnati: a Cesare Viviani da Mario Lugli (Assessore alla Cultura del Comune di Modena); a Maria Rosa Cutrufelli  da Gian Paolo Caselli (Consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena); ad Alberto L’Abate da Beniamino Grandi (Assessore alla Cultura della Provincia di Modena); a Carlo Bonacini, in rappresentanza di Artestampa edizioni, da Paola Di Pietro, vice direttrice della Biblioteca Estense Universitaria; a Dacia Maraini da Giorgio Pighi, Sindaco della città di Modena.
Durante la serata, presentata da Ivana D’Imporzano, il musicista Andrea Aldini ha suonato al flauto “Il Carnevale di Venezia” di N. Paganini, “Syrinx” di C.Debussy e “La Danza”, Tarantella napoletana, estratta da Soirées Musicales n°8 di G.Rossini. L’attrice Gemma Messori ha letto alcune strofe dal canto V de “La secchia rapita” di Alessandro Tassoni e brani tratti dalle opere vincitrici.
Per Dacia Maraini, Honoris causa, sono state lette (da Nadia Cavalera e Gemma Messori) alcune sue poesie dalla  raccolta “Se amando troppo” (Rizzoli, 1998), alternate a brani dal testo teatrale “Passi Affrettati” (Ianieri, 2007) 
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Molto l’interesse per l’annullo filatelico a ricordo del primo lustro del Premio.
A questo proposito, si fa presente agli interessati che l’annullo filatelico (consistente in un timbro) può essere richiesto, con la possibilità anche di spedire,  presso lo sportello apposito dell’Ufficio Postale di Modena Centro, fino ad agosto.
A settembre lo si può richiedere solo per cartoline, superfici varie o libri (semmai quelli vincitori) sempre affrancati  da conservare.
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VINCITORI
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Dacia Maraini, Honoris Causa
Cesare Viviani, Credere all’invisibile,  Torino, Einaudi, 2008 (Poesia)
Maria Rosa Cutrufelli, d’amore e d’odio, Milano, Frassinelli, 2008 ( Narrativa)
Alberto L’Abate, Per un futuro senza guerre, Napoli, Liguori, 2008 (Saggistica)
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Menzione Speciale
AA.VV. La cronaca della festa, Modena, Artestampa, 2008
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DACIA MARAINI  - HONORIS CAUSA -
MOTIVAZIONE
Dopo un’infanzia vissuta nel grande esempio dei genitori (la madre Topazia Alliata pittrice, il padre Fosco, etnologo, autore di libri sul Tibet e il Giappone); cresciuta in una casa piena di romanzi inglesi per via della nonna paterna, autrice nei primi anni del ‘900 di libri di viaggio;
formatasi su Conrad, Stevenson, Melville, Dacia Maraini precocemente segue la tradizione di famiglia e comincia  a scrivere romanzi a 15 anni.
Lo fa per una passione irrefrenabile, per il bisogno di dar corpo ai fantasmi che abitano saltuariamente, in sistematica tentazione,   la sua mente  e s’impongono infine a materializzarsi in una storia, in cui spesso la memoria ha un ruolo determinante, come punto di riferimento che dia un senso al presente, che potenzi il processo di conoscenza di sé e del mondo.
Di qui l’attenzione alla parte più trascurata della compagine umana, quella delle donne, alla loro storia, alle loro problematiche, contribuendo alla definizione della loro identità peculiare, aiutandole a rafforzare l’orgoglio d’essere felicemente diverse.
A queste tematiche ha dedicato anche il suo impegno di poeta dalle immagini morbidamente sensuali, e ancor più di drammaturga, sin dai lontani anni Settanta, con l’esperienza del Teatro di quartiere  a Centocelle, con la recitazione per strada, nelle cantine, davanti ai mercati,
poi la fondazione del Teatro della Maddalena (durato 17 anni) e a seguire molte altre esperienze associative.
Nella speranza costante di poter essere utile agli altri. Senza scivolare però nel didascalismo,  e con una cura meticolosa verso la parola che cerca continuamente di innovare mantenendola libera da ingerenze straniere o gergali, per lei funghi mortiferi quando gratuite e non sapientemente gestite.
Per questa  sua attività poliedrica nel campo della scrittura, sottesa costantemente da un vibrante impegno civile, sociale, politico che la vede sempre in prima linea in difesa dei più sani valori, facendone un punto di riferimento di più generazioni di donne, e non solo, la Giuria del Premio “Alessandro Tassoni” è onorata di conferire il riconoscimento “honoris causa” a Dacia Maraini, maestra di parole vitali (Nadia Cavalera). 
CESARE VIVIANI, Credere all’invisibile, Torino, Einaudi 2009
MOTIVAZIONE
Con Credere all’invisibile (Einaudi, 2008) continua la ricerca stilistica e poetica di Cesare Viviani che lo ha condotto in più trent’anni di pubblicazioni  a muoversi tra ricerche sperimentali, fondate su una retorica del lapsus, delle infrazioni lessicali e sintattiche, dell’indecidibilità del senso, e composizioni dalla forma più immediata, sorvegliata, colloquiale e al tempo stesso più essenziale, rastremata e necessaria. Da una poesia che riproduceva in sé il processo onirico, frammentario e associativo, in cui le trame narrative erano spesso destrutturate e scomposte, si giunge a questa raccolta di brevi liriche in cui il tema centrale è l’immanenza della divinità nella natura e la possibilità che l’uomo ha, in quanto essere destinato naturalmente alla morte, di partecipare consapevolmente a questa divinità.  La raccolta è segnata dalla presenza di un divino che non è  confinato in una dimensione ultraterrena “La perfezione non scende, non sale” (pag. 31).  La divinità diffusa che attraversa l’intera esperienza del mondo, circola, seppure invisibile, fra le cose dell’uomo e della natura. Credere a questa invisibile presenza diffusa non significa istituire una religione, con i suoi riti e le sue pratiche contemplative: “Essere allevati non da madre e padre, / come fermamente si crede ,/ ma da uno sconosciuto,/ sempre vicino, presente, influente, / e invisibile, quasi / impercepibile. Non sapere chi è / lo sconosciuto che fa per noi,/ non sapere come rivolgerci a lui.”  (pag. 76). Significa piuttosto affidarsi umilmente al tempo, ed assumere un atteggiamento epicureo di accettazione della vita  che porta con sé, inevitabilmente, la morte che “Non è condanna, non è sventura, / è natura”: “II contegno è non perdersi / dietro alle piccole paure / e confrontarsi con la grande. / E la preghiera più giusta, più vera: / ‘Uniscimi, Signore, al resto del mondo, / agli altri, agli alberi, alla terra’”.
Il distacco lucreziano e lo sguardo disilluso assunto nei confronti della tracotante aspirazione umana all’immortalità conducono a un senso discreto e pudico di gratitudine per essere parte di questa dimensione che comprende in sé il limite della vita: “Già la grazia di aver fatto parte / di quest’eternità incomprensibile, / di questo miracoloso spazio, / dovremmo essere grati.” (pag. 57)
Il senso “eroico” e civile della vita dell’uomo sta proprio in questa gratitudine e nella civile accettazione del proprio limite, dichiarato con versi che non concedono nulla gioco narcisistico e auto compiaciuto, ma cercano forme affabili, dirette, limpide eppure dense per lo spessore della riflessione sulla morte, sul tempo, sulle relazioni:  «Dopo tante forme cercate e ottenute / domina la polvere. / E ora non c’ è più bisogno di aiuto, / perché le sostanze si combinano da sole»; “Ogni  particolare, ogni fiore/ ha mondi diversi e quale errore /affermare il nostro fare, / il nostro dare, quando invece / è un continuo ricevere!”.
Una raccolta convincente: un punto di arrivo di una ricerca formale lunga e articolata, un modo per riflettere in modo avveduto e discreto, senza clamori, sulla divina precarietà e fragilità dell’umano (Franco Nasi).
MARIA ROSA CUTRUFELLI, D’amore e d’odio, Milano,  Frassinelli, 2008
MOTIVAZIONE
Il titolo allusivo del romanzo lascia intendere che sono i sentimenti primari, come i colori, che mescolandosi insieme danno forma alle mille sfumature dei sentimenti di cui è tramata la vita delle persone. Posizionandosi al margine della narrazione, l’autrice mette in scena le relazioni dando voce a tante figure di donne e uomini che raccontano le loro vite e le loro storie nel secolo XX, quello delle guerre, dell’Olocausto, del terrorismo degli “anni di piombo”, delle catastrofi ambientali e dei flussi migratori. Un secolo pieno di contraddizioni ma anche di tanto amore e di tante “leggerezze”: un secolo che per le donne ha significato libertà, responsabilità e soprattutto consapevolezza di essere nel mondo e di recuperare la memoria di sé facendo agire il desiderio di mettersi al mondo.
Maria Rosa Cutrufelli ha scelto ancora una volta di confrontarsi con il genere del romanzo storico, ed ha vinto la scommessa. In sette quadri, sette tempi, sette protagoniste, sette voci narranti (voci femminili e maschili che s’intrecciano e rilanciano la scommessa con la vita) ha raccontato, con una singolare abilità rievocativa, le storie di diverse generazioni attraverso una lente bifocale che le ha consentito di intrecciare insieme lo scenario della grande storia con le storie personali.
Con questo romanzo Cutrufelli ha sfidato, rileggendola e reinterpretandola la storia del presente. Come ha scritto Ida Dominjianni, il Novecento segna per le donne una mutazione antropologica: «donne dappertutto, nelle strade, nelle fabbriche, nelle scuole, dove prima non erano; cambia il panorama, comincia, appunto, un’altra Storia. Non ci sarà più riparo dagli eventi mainstream: le donne li abitano e li muovono, e il loro sguardo non è più corto ma più lungo, penetra la Storia con le storie, la politica con la quotidianità, le ideologie con i sentimenti, l’utopia con la trasformazione di sé».
Cutrufelli rilegge e dà forma narrativa a questo grande guadagno delle donne del Novecento, mettendosi sulle tracce di questi «scivolamenti di libertà», seguendo il piano inclinato degli eventi attraverso gli sguardi e le voci sette protagoniste: Nora ed Elvira, due sorelle nella Torino operaia e socialista degli anni Dieci e Venti, poi le loro figlie, nipoti e pronipoti, Isa, Leni, Carolina, Sara, Delina. Non un romanzo familiare, una narrazione capace di comunicare esperienze, emozioni, riflessioni attraverso i fatti, per mostrare «le donne che siamo diventate» durante il secolo «breve» (Adriana Chemello).
ALBERTO L’ABATE, Per un futuro senza guerre, Napoli, Liguori, 2008
MOTIVAZIONE

Per Alberto L’Abate l’educazione alla pace e alla nonviolenza è stata non solo oggetto di ricerca sociologica, di riflessione e di indagine storica ma, sulle orme di un maestro come Aldo Capitini, esperienza sul campo e vita vissuta. Partendo dalla grande lezione gandhiana della nonviolenza come “ricerca della verità”, Alberto L’Abate è impegnato da decenni per spezzare il circolo vizioso della guerra, mostrando con documentate analisi sociologiche come esso si scateni sull’onda di pregiudizi che finiscono per generare atteggiamenti e comportamenti ostili tra gruppi diversi per cultura e/o per etnia. Questi comportamenti negativi reciproci, oltre a rendere i rapporti tra i due gruppi sempre più compromessi, possono degenerare in un conflitto armato. Per disinnescare queste potenzialità distruttive è necessario ridurre i comportamenti ostili ed i pregiudizi nei confronti dell’altro, del “diverso”, attraverso forme di collaborazione reciproca, di relazione e di conoscenza. La nonviolenza attiva, l’intermediazione nonviolenta nelle zone di conflitto sono state la sua pratica politica: dalle azione dirette nonviolente per opporsi alla costruzione delle prime centrali nucleari (Capalbio) alla prima guerra del Golfo. Ma già ai primi anni ’60 si è trovato dapprima a fianco di Danilo Dolci in Sicilia e successivamente, ancora in Sicilia negli anni ’80, a fianco dei pacifisti nonviolenti e alle loro azioni tese ad ostacolare l’insediamento dei missili a Comiso (anni ’80). In seguito è stato anche “Ambasciatore di pace” in Kosovo. Nelle diverse situazioni Alberto L’Abate si è fatto interprete della capitiniana esperienza del sentire secondo la quale «la nonviolenza fa bene a chi la fa e a chi la riceve». In questo libro Per un futuro senza guerre, l’autore pone le premesse epistemologiche per quella che definisce una «sociologia della pace», passando poi ad analizzare l’efficacia della nonviolenza e dei suoi metodi in una società complessa come quella attuale, non solo nella prevenzione dei conflitti armati ma anche là dove si renda necessaria una «interposizione nonviolenta» con i «Corpi Civili di Pace». La riflessione teorica intorno alla «strategia nonviolenta» come strumento per la trasformazione sociale è sempre efficacemente supportata da un’esperienza concreta agita in aree di forti conflitti. La giuria del premio intende pertanto segnalare l’originalità del lavoro e invitare soprattutto i giovani a leggere queste pagine scientificamente documentate e cariche di passione civile ed etica. Il valore di questo libro risiede nella capacità di trasmettere una forte convinzione razionale e politica (la capitiniana “persuasione”) sulla necessità di sostituire alla ragione delle armi la forza della verità e della nonviolenza (Adriana Chemello).
AA.VV. La cronaca della festa, Modena, Artestampa 2008 - MENZIONE SPECIALE -
MOTIVAZIONE

Angelo Fortunato Formìggini, nato da una ricca famiglia ebraica, a Collegara, nelle immediate vicinanze modenesi nel 1878,  e morto suicida a Modena, gettandosi dalla Ghirlandina, il 28 novembre 1938, fu un grande editore del Novecento.
La sua attività, con sede negli anni a Bologna-Modena, Genova, Roma, e concretizzatasi in importantissime collezioni, quali la “Biblioteca di Filosofia e Pedagogia”, la “Biblioteca filosofica e letteraria”, i  “Profili”, i “Classici del ridere”, la nascita di un  periodico d’informazione libraria,  l’ICS,  da cui scaturì la “Fondazione  Leonardo” (un Istituto che aveva il fine di diffondere la cultura italiana), iniziò casualmente, nel 1908.
Quando, in occasione dell’organizzazione di una festa in onore del Tassoni e portata avanti in forma congiunta con la città di Bologna, a testimonianza del totale superamento dei conflitti immortalati ne “La secchia rapita”, Angelo Fortunato Formiggini, promotore dell’iniziativa, curò, sotto l’egida di Giovanni Pascoli, due preziose pubblicazioni: “La secchia”, un libriccino, quasi un incunabolo, con inediti tassoniani, scherzi poetici  e  caricature dei migliori illustratori del tempo,  e la “Miscellanea tassoniana”, un volume di 500 pagine, con contributi critici molto eruditi e di difficile comprensibilità.
La festa tassoniana mutino-bononiense, prevista per maggio,  ebbe luogo il 28 giugno. Tra marce reali, sfilate di vetture, discorsi altisonanti,  anche una gara ciclistica, nel segno sempre della massima concordia e comunione intellettuale, imbevute di sana e colta goliardia..

Alla casa editrice Artestampa il merito di aver ricostruito in cronaca dettagliata questa festa tassoniana. tramite le trascrizioni integrali delle molteplici e variegate testimonianze dei tanti protagonisti di questa singolare iniziativa che fece scoprire  al  Formiggini  la sua vena editoriale. Scriverà in seguito, nel 1914:
“Un bel mattino di maggio, nel 1908, svegliandomi mi accorsi che avevo le mani come prima, il naso come prima, tutto come prima, il naso come prima, tutto come prima, pur essendo completamente diverso: non ero più uno studioso, ero diventato un editore” (Nadia Cavalera).

MOTIVAZIONI PER GLI ALTRI DUE LIBRI FINALISTI in POESIA

ANNA MARIA GIANCARLI, In/canto per Eloisa, Pescara, Tracce, 2008
Anna Maria Giancarli, poetessa già autrice di numerose raccolte e di testi tradotti per musica, si confronta in questo suo ultimo lavoro con un episodio che sta alle radici della tradizione letteraria europea, la vicenda di Eloisa e del suo amore scandaloso per Abelardo nella Francia del XII secolo. L’episodio storico e il pretesto narrativo portano con sé il tema utopico dell’amore intero (insieme dell’anima e del corpo), e insieme il tema della repressione sociale che non accetta trasgressioni della norma e vuole controllore i comportamenti e restringere le passioni. Il testo si sviluppa secondo due direttrici problematiche: da una parte il rapporto con il passato e quindi l’attualizzazione della storia in un’epoca che presenta nuove censure e nuove discriminazioni; dall’altra parte la ricerca formale-poetica, tesa a costruire un poemetto in vari capitoli, secondo modalità stilistiche alternate tra “lamento” e “commento”, versi brevi e versi lunghi, continuità fluida e divisione in strofe. Di particolare interesse è la sperimentazione che l’autrice fa sulla rima, sempre reinventata e utilizzata non in maniera meccanica, ma secondo le esigenze di ciascun passaggio. A partire da queste coordinate, il testo della Giancarli sprigiona una forte carica intellettuale ed emotiva che si realizza sia nella accensione metaforica che nella musicalità del verso. (Francesco Muzzioli)

EUGENIO DE SIGNORIBUS, Poesie (1976-2007), Milano, Garzanti, 2008
«Il libro è il disegno di un percorso del sentire». Così De Signoribus nella sobria Nota che accompagna le sue Poesie (1976-2007) avverte il lettore che le diverse sillogi accorpate ora insieme restituiscono il «disegno» di una vita dedicata a scavare in sé per significare al mondo, oltre le sequenze di eventi e di oggetti, le tensioni di una coscienza abitata da una lucida razionalità capace di lasciare spazio anche ai soprassalti del cuore umano.
Una parola poetica – quella di De Signoribus – che racconta e descrive gli «stracci di vita vissuta» intrecciando l’ordito dei dettagli anche minimi con la trama della storia. Dal privato al pubblico e ritorno è il percorso poetico che si dispiega in queste pagine, con parole che distribuiscono con discrezione e con leggerezza i sigilli autobiografici affidando il «volto del poeta» agli scenari «interni» del domestico e a quelli più ampi di uno sguardo laico in grado di significare, con infinite variazioni di tono, l’esperienza del sentire (Adriana Chemello).

inserito dalla segreteria il 2 June 2009

2009, Quinta Edizione/ risultati

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