Premio Alessandro Tassoni, 3^ edizione, Modena 2007
Cerimonia di premiazione, foto





Vincitori
Sezione A, POESIA: Michele Mari, Cento poesie d’amore a lady LadyHawke, Einaudi 2007
Sezione A, NARRATIVA: Anna D’Elia, Per non dimenticare, Meltemi 2006
Sezione A, TEATRO: Cristina Comencini, Due partite, Feltrinelli 2006
Sezione A, SAGGISTICA: Khaled Fouad Allam, La solitudine dell’Occidente, Rizzoli 2006
SEZIONE B, HONORIS CAUSA: FRANCA RAME



Michele Mari, Cento poesie d’amore a lady Ladyhawke, Einaudi 2007
Motivazione
Con Cento poesie d’amore a lady LadyHawke, Michele Mari, calandosi nei panni del protagonista cui dà suoi precisi dati personali, per avere piena libertà d’azione, rivive, commenta e stigmatizza una possibile più che trentennale storia d’amore dei nostri tempi. il cui fidanzamento extramondano, nel senso di virtualmente “etereo”, costituendo sostanza, ha presentato, a suo dire, «l’incriticabile bellezza delle fiabe». E la cui rottura ha lasciato molte domande disattese. Dice l’io narrante:« una folla di fantasmi incuriositi/ starà pensosamente esaminando/ i pezzi di cerimonia/che abbiamo abbandonato dalla loro parte».
Mari tratta il tema con una narrazione in versi brevi con un ritmo fluido veloce costantemente ironico e sarcastico, realizzando così una raffinata variante del poemetto eroicomico cavalleresco, di stampo tassoniano. Una parodia dissacrante che non esclude travestimenti e capovolgimenti di ruoli..
Nata come amor de lohn, nutritasi di stilnovismo, strematasi nel più cupo romanticismo con lampi cruenti e notturni (basti per tutti il Norman/Norma Bates di Psyco), la storia, peraltro unilaterale (e con un marito presenzialista di mezzo), offre piani sentimentali diversi. Di qui numerose illusioni e allusioni, incongruenze, battute d’arresto, minacce, contraddizioni, ripicche, struggimenti, spiritelli vendicativi, e soprattutto sfioramenti e fughe. Col rischio anche d’una ulteriore ripresa («tertium dabatur/ e sarebbe stato vivere/ sfiorandoci»).
Giustificati dunque i soprannomi scelti per loro: Ladyhawke e Knightwolf, i protagonisti di un celebre film degli anni Ottanta, che per una maledizione non riuscivano mai a ritrovarsi. Di giorno lui era il cavaliere Etienne Navarre, quando Isabeau era falco; di notte, il cavaliere diventava lupo dagli occhi chiari e lei ritornava Isabeau.
Ma mentre gli amanti medievali riescono alla fine a sconfiggere la maledizione del vescovo-signore e ricongiungersi, i protagonisti della vicenda narrata da Michele Mari non concludono mai, rimangono in una situazione di stallo logorante. Doloroso tra l’eroicocomico e il patetico per lui, ma insostenibile anche per lei, che superando gli ultimi freni inibitori di una casa mulino bianco protetta da un marito «filisteo» e «porcellino in salopette» con cazzuola, forza la mano. Ma al suo aut aut («o si va oltre/ o non ci si vede mai più/»), lui, seppure innamorato perso, rifiuta. E’ troppo tardi. Fa un contrappasso da pokerista e perde tutto. Disperandosi ulteriormente.
Alla consumazione regolare del suo amore, preferisce la consunzione e imbalsamazione dello stesso nella tensione di un permanente inizio, vincendo la palma che si contendeva con lei, del novissimo, alias ultimo romantico dei nostri tempi. O, per dirla con Mari, l’ultimo degli imbecilli (Dante e Petrarca in primis).
L’amore, è la lezione che si trae da questo fine poemetto scanzonato, è una forza straordinaria che va vissuta fino in fondo, nella pienezza dei sensi e non ammette languori, contorsionismi mentali, patteggiamenti, cimenti indebiti, opportunismi, né tanto meno rimpianti (Nadia Cavalera).




Anna D’Elia, Per non dimenticare, Meltemi 2006
Motivazione
In “Raccontare l’orrore”, sottotitolo del libro di Anna D’Elia, Per non dimenticare (Meltemi, 2006), è racchiuso il senso della complessa operazione portata avanti dall’autrice in questo anomalo, sapiente mix di romanzo, cronaca e saggio.
La violenza non va subita passivamente, non deve scivolarci addosso lasciandoci in una lesiva crescente indifferenza che non può che incrementarla ad oltranza, ma va affrontata, indagata scavata fino in fondo, se vogliamo arginarla stemprarla e farne mezzo di conoscenza e crescita.
E questo sia nella sfera privata che in quella pubblica.
Di qui il confronto serrato portato avanti dall’autrice tra puntuali fatti di cronaca (Ground Zero, Bagdad, Tel Aviv, Beslan), la storia personale della protagonista Silvia (torturata da un marito aguzzino, sterile scrittore morto suicida), e la trattazione di tematiche simili da parte di grandi veri artisti (Goya, Van Gogh, Bacon in primis). Perché «l’arte, la letteratura la cronaca - ci ricorda Anna D’Elia in una prefazione - ci offrono materiale prezioso per ripensare il lato oscuro delle nostre vite»
Nella convinzione costante che si possa condividere il ricco percorso formativo illustrato dal testo e che si possano alfine acquisire modi altri di convivenza che prefigurino l’elaborazione e trasformazione dell’odio imperante ovunque in «amore, compassione, solidarietà, nella riscoperta della vita come tensione di opposti».Da superare in una positiva dialettica (Nadia Cavalera).
Cristina Comencini, Due partite, Feltrinelli 2006
Motivazione
Con Due partite Cristina Comencini si colloca nella grande tradizione naturalista del teatro e con un linguaggio quotidiano, mette in scena in maniera ora tragica ora comica una delle questioni più importanti della società contemporanea, quella della donna e del suo rapporto con la propria femminilità. Nel testo l’ambiente, un salotto borghese, è l’unità di luogo che permette all’Autrice (e a noi con lei) di affacciarsi su due epoche – gli anni Sessanta del secolo scorso, prima della rivoluzione femminista, e la contemporaneità – abitate rispettivamente da quattro donne, le madri e le loro figlie.
Le madri si ritrovano per una simbolica, rituale partita a carte, gioco nel quale i ruoli spesso si invertono determinando piccole apocalissi, vale a dire svelamenti di sottese tensioni e di più profonde amicizie, di ingenue speranze e di ciniche disillusioni, di momentanee persecuzioni e di durevoli fraintendimenti: prevale infine, sempre e comunque, la comune condizione di mogli e di madri votate alla solitudine e alla infelicità. Questa sembra essere l’eredità lasciata alle rispettive figlie la cui vita Comencini, con sapiente tocco, rende un rovescio, un compimento o una replica di quella delle donne che le hanno generate. La rivoluzione femminista, che è lo spartiacque di queste due epoche, appare infine come una vittoria nelle figlie, e insieme una sconfitta: l’epoca del trionfo dell’economicismo sacrifica il corpo, lo rimuove, imponendo una scelta schizofrenica alla donna tra maternità e autorealizzazione professionale – le sintesi sono rare, precarie e pagate a duro prezzo da tutti –. Dunque molte sono le tensioni che innervano il testo: il rapporto fra donne dalla personalità differente, fra madre e figlia, fra corpo e mente, fra generazioni; nessuna sacrificata ma tutte ben governate, bene esposte alla nostra riflessione, senza giudizio e senza alcuna pretesa di offrire didascaliche soluzioni alla inspiegabile commedia umana.
In questo modo Comencini con Due partite riporta il teatro alla sua originaria ispirazione civile – uno specchio per la società –, e proprio facendo perno sulla figura femminile, emblema di una corporalità che è insieme arcaica e crudelmente contemporanea (Gianni Cascone).



Khaled Fouad Allam, La solitudine dell’Occidente, Rizzoli 2006
Motivazione
La solitudine dell’Occidente è un testo saggistico piuttosto particolare, «insolito – come l’autore stesso dice – perché esula da ogni tipologia letteraria». Costituito di pezzi rapidi, concisi e folgoranti, unisce insieme i ricordi dell’esperienza personale con le riflessioni a largo raggio, l’intervento a tema con l’urgenza dell’attualità, la polemica e
la proposta. E il suo argomento è senz’altro centrale, oggi, nella situazione attuale che, definita da alcuni “scontro di civiltà”, sta degenerando rapidamente verso la fine della Civiltà tout court. Il libro di Allam ci è utile proprio perché vede la tragedia delle cose dall’altra parte, quella islamica, divenuta, nella “solitudine dell’Occidente”, l’incubo del male, incombente e insinuante. Per chi voglia evitare la paranoia del presente, ben venga allora questa esplorazione appassionata e nello stesso tempo attenta e competente, tutta tesa a «leggere razionalmente l’esistente per poterlo cambiare». Si troverà che Allam compie nei suoi scritti alcune mosse decisive: da un lato riconduce la situazione attuale alle sue radici storiche e mostra come le immagini invalse nel senso comune odierno non corrispondano per niente alla complessità stratificata dei fenomeni, ma siano le semplificazioni ottundenti di una “lingua svuotata”; dall’altro lato, non si esenta dall’assumere un atteggiamento critico anche di fronte alla propria parte, ed anzi precisa e accentua la linea dissidente nella stessa tradizione islamica.
Fatto di suggestivi percorsi, che sono anche itinerari autobiografici attraverso l’area del Mediterraneo – in cui spiccano Trst, Trieste, il non luogo del confine; oppure Granada e Palermo, l’Oriente nell’Occidente; o ancora Reggio Emilia e Modena, i «paradigmi positivi» dell’accoglienza – il libro esprime posizioni importanti, che sono altrettanti imperativi etici, sull’alterità e sulla differenza, sulla dissoluzione delle frontiere e contro l’irrigidirsi dell’identità. Allam ci fa riflettere sulla non-inevitabilità della tremenda “frattura” culturale che abbiamo di fronte, in quanto tutte le forme di intolleranza, da una parte e dall’altra, sono frutto delle recenti spinte disgregatrici della globalizzazione postmoderna e come tali non sono affatto eterne né indiscutibili. Certo, rischiano di incancrenirsi e di portare ad una «asimmetria esplosiva», o comunque alla chiusura di ciascun gruppo nel proprio feudo, passando «da una società multirazziale a una società multirazzista», se non le si vorrà affrontare rinunciando a qualcosa e affrontando apertamente la «rudezza dell’alterità».
In questa situazione estremamente difficile, ci dice questo libro, occorre uscire dalle rispettive “solitudini”, parlare, dialogare veramente al di là degli steccati costituiti: non resta, secondo le parole dell’autore, che unirsi nella «battaglia per la libertà e la dignità dell’uomo». Sfatando e sfidando il relativismo identitario, Allam scrive che tale battaglia è universale: «non vi sono più nazioni né religioni, ma gli esseri umani che con lingue diverse si battono per un mondo migliore» (Francesco Muzzioli).






SEZIONE B: HONORIS CAUSA: FRANCA RAME
Motivazione
La Giuria del Premio “Alessandro Tassoni” è lieta e onorata di conferire il riconoscimento honoris causa a Franca Rame, che ormai da decenni, e con una carica sempre rinnovata di intelligente coerenza, illustra il teatro italiano sia come attrice che come autrice. Inoltre, per la sua storia personale, fatta di continua crescita nella ricerca espressiva e nel bisogno di una orgogliosa autonomia nel quadro della scena italiana dei suoi anni, ben rappresentando il processo evolutivo che le donne italiane hanno avuto dalla seconda guerra mondiale ad oggi, assume un’identità corale e costituisce un simbolo per molte di loro.Figlia d’arte (appartiene ad una famiglia da tre secoli legata al teatro), Franca Rame ha iniziato la sua attività da giovanissima (aveva solo 8 giorni ed era già fra le braccia della madre nel ruolo della figlia di Genoveffa di Brabante). Dopo gli esordi nella compagnia di provincia diretta dal padre, e le esperienze nella rivista e nel cinema, si dedica totalmente, con qualche parentesi televisiva, al teatro. E’ alla base della Compagnia Dario Fo-Franca Rame, di Nuova Scena (al cui periodo è legato lo straordinario Mistero buffo), del Collettivo la Comune. Molteplici, nel sodalizio umano e artistico con Dario Fo, i suoi ruoli: è insostituibile collaboratrice, ispiratrice, amministratrice, addetto stampa, editor esigente, sapiente ed istintivo, infine, con Parliamo di donne che confluisce in Tutta casa letto e chiesa (1977), a pieno titolo, co-autrice e forte, singolare interprete.Con le sue pièces dal graffiante stile grottesco, mette in scena una gamma diversificata di tipologie di donne alle prese con la quotidianità, per denunciarne lo sfruttamento, le forme di manipolazione psichica, e incitarle alla piena rivendicazione dei loro diritti. Fedele ad un teatro che è promotore di consapevolezza sociale e politica, non esita a servirsi delle proprie esperienze personali, anche le più dolorose, (come nel caso del testo Lo stupro), per dare voce collettiva a chi l’ha persa. Questo era già lo spirito di Soccorso rosso, il movimento da lei fondato nel 1970, in difesa dei detenuti politici, e non.
Nella motivazione del Premio Nobel per la letteratura assegnato nel 1997 a Dario Fo si legge: “A Dario Fo, perché, insieme a Franca Rame, attrice e scrittrice, nella tradizione dei giullari medievali, dileggia il potere e restituisce la dignità agli oppressi”: operazione che non smette certo di fare dacché nel 2006 viene eletta Senatrice. Per lei cambia solo il terreno di ricerca e di lotta.
Così la figura istituzionale si salda a quella della grande protagonista del teatro contemporaneo, in una dimensione la cui poliedricità corale resta inalterata.A questa straordinaria coscienza di cittadina e di interprete di una scena non convenzionale e non digestiva, ma sempre capace di misurarsi con la tragedia e l’idiozia del nostro tempo, la Giuria del Premio “Alessandro Tassoni” rende l’omaggio della sua ammirazione e della sua riconoscenza, che è la stessa di molti, moltissimi italiani (Mario Lunetta).




MICHELE MARI
, Cento poesie d’amore a lady LadyHawke, Einaudi, 2007
Il novissimo romantico imbecille
recensione di
Nadia Cavalera
Con
Cento poesie d’amore a lady LadyHawke, Michele Mari, ricorrendo alla forma puntualmente autobiografica, per aver massima libertà d’intervento e commento, riprende, chiosa e stigmatizza in forme parodiche, una qualche famosa storia d’amore dei nostri giorni, il cui fidanzamento extramondano, nel senso di virtualmente “etereo”, costituendo sostanza, ha presentato, «l’incriticabile bellezza delle fiabe». Ma che come tale, maestri in primis Dante col suo Cavalcanti e Petrarca, è soprattutto unilaterale: lo si precisa nel prologo («un uomo che non suscitò in chi amava l’amore»), e con tanto di classico canzoniere conclusivo che pur prevedendo un avvio cortese con «compita angiolella» si direbbe in seguito degeneri duramente, sotto il peso di un’esperienza gravosa. Altrove lo scritto poetico è richiamato quando l’io narrante ricorda di aver fissato «ogni volatile istante/ a futura memoria» o quando lo inquadra come «quattro pisciatine essenziali»
in plein air al tempo in cui il sentimento scemava. Infatti «solo al muto il battito del cuore è rimbombante».
Ma vediamo alcune carattertiche di questi protagonisti, soprannominati LadyHawke, donna falco e Knigthwolf, cavaliere lupo, conosciutisi sui banchi di una scuola superiore, peraltro dissestata, una «Death Valley» californiana, (il punto più basso dell’America). Erano gli anni Settanta, al tempo di Paolo VI. Si perderanno di vista, per ritrovarsi poi, lungo un rapporto durato 33 anni e conclusosi nel 2005, alla morte di papa Wojtyla.
LadyHawk, la destinataria delle cento poesie, appare, nello sfondo, irrangiungibile, diafana, indefinibile. Ma alquanto superficiale, attratta infatti all’inizio da persone appariscenti («le cromature della Ducati»), ma insipienti («chi non distingueva un cip da una parole) piuttosto che dalle performances straordinarie del nostro Knigthwolf che al liceo sbaragliava nei giochi gli altri della compagnia («i compagnucci»), e in seguito, pur da borderline, avrebbe fatto «miracoli di eleganza ed ironia», senza per questo evitare di diventare per la sua stessa storia «un mostro» . Inoltre si direbbe fredda, contenuta, egoista e così presa e compresa di sé, nella posizione di grandissimo prestigio raggiunta (ha un’aureola), da non poter dedicare attenzione agli altri («neppure due mezzorette al mese» al povero cavaliere). Da madonna permette giusto la contemplazione, che nel nostro lui determina un condizionamento totale («Ho pensato i tuoi occhi/ così tante volte/ che alla fine il pensiero/mi è rimbalzato addosso/ e non ho più avuto un gesto/ che non fosse riflesso/ dal tuo sguardo»).
Comunque la star fa un’eccezione. E dai poeti della beat generation, passa a leggere lui, che, a furia di sentirsi pensato da lei, diventa a sua volta un personaggio che riesce ad interloquire audacemente disinvolto, « bellamente», con lei, sebbene “aurata”, «da icona ad icona.».
Il comportamento di LadyHawke è nel complesso fortemente contraddittorio, non esente da frivolezze ed opportunismi: lo ignora; si accorge di lui; gli dà corda («mi hai slacciato il bottone del colletto/perché ti sembravo un impiccato »); stabilisce una qualche relazione («ci siamo dondolati su un’altalena sola »); forse ha in comune addirittura una figlia o qualche attività; lo dimentica per sopraggiunta lobotomizzazione che le farà scordare anche vecchie benemerenze («avevi una giacchetta di pelle scamosciata/piena di frange svolazzanti/e la mettevi sempre»); lo riscopre, con scambio di anelli; ne fa cavia da esperimento galileiano; civetta a chi fosse tra i due l’ultimo dei romantici; non concede intimità, solo posti nel cuore e silenzi pieni di lui e quando va a trovarlo a casa non varca mai la soglia del bagno, per evitare tentazioni.
Non solo, se lo gioca in famiglia a tavolino e rompe da dietro le quinte tutti i di lui giochi, portandolo in fin di vita per poi praticargli in extremis, coprendolo, una respirazione bocca a bocca, a processo agonico inoltrato.
Probabilmente per continuare alla scacchiera una partita che non ammetteva la patta. Per più paure: che non riuscisse lei la vincente; che l’amore di lui non fosse sincero; che una storia rimossa, da cantina o soffitta, diventasse «la cosa più importante della sua grande e bella e luminosa casa»; che potesse essere sconvolto il suo «confortevole averno», alias casa-mulinobianco, tenuta salda dalla «cazzuola » del marito «porcellino in salopette» e « filisteo ».
Una storia feroce e inconcludente fino all’addio. Lei va a trovarlo all’Università, dove lui insegna e dove si è formato, solo quando ha deciso di lasciarlo (forse per rendere più domestico il suo fantasma) e mentre si congeda insiste irridente che l’avrebbe cercato sempre sperando di non trovarlo mai. Mentre lui, candido all’osso, le ribatte che non l’avrebbe cercata mai sperando sempre di trovarla.
Non c’è da meravigliarsi a questo punto che tra le tantissime e varie evocazioni e citazioni, che inzeppano il testo tanto da imporsi nella valenza interpretativa di una ripresa (un rifare il verso a), abbondino per lui quelle più cruente: c’è il Norman/Norma Bates di Psyco, il serial killer cannibale Jeffrey Dahmer, gli “scheletri” nella stanza dell’Overlook Hotel; duelli all’ultimo sangue da Far West; strangolamenti a catena, dall’illusione di non restare deluso da lei a tutte le domande relative alla loro bambina; previsioni di comportamenti assassini con le altre («che hanno la colpa di non essere lei») e la tentazione di seppellire il loro fidanzamento morto nel vecchio cimitero indiano per l’ovvio zombie antropofago futuro. Opta poi per il campo/testo scritto, con la speranza però che lei ci passi vicino e impazzisca.
LadyHawke e Knigthwolf sono su piani sentimentali diversi. Evidentemente lei, quando si sono ritrovati, voleva sviluppare altrimenti il loro rapporto mentre lui voleva regredire alla passione iniziale.
Conseguenza? Il dialogo tra una sorda ed un muto, entrambi ciechi, tanto che a lei sfugge di mano la situazione e ne soffre.«Tangibile realtà/dev’essere il mio amore/se alla fine/ci hai sbattuto contro/e ti sei fatta male».
Un dialogo fatto di fraintendimenti, allusioni, sorrisi, struggimenti, messaggi rapidi e pungenti («sputnik »), addestramenti, mancate anche se agognate singolar tenzoni con chi era poi solo un «orco buono», elucubranti contorsionismi mentali. Soprattutto fugaci e casti incontri, all’insegna della frettolosità, sotto la minaccia incombente che la carrozza ridiventi zucca per il povero Cenerentolo di turno.
Appropriati dunque i soprannomi scelti per loro: Ladyhawke e Knightwolf, i protagonisti di un famoso film degli anni Ottanta, che per un maleficio non riuscivano mai ad incontrarsi: « (donna di notte lei/e con la luce falco/ lui con la luce uomo/e nottetempo lupo) ».
Ma se Etienne Navarre ed Isabeau, gli amanti medievali, riescono alla fine a vincere la maledizione del vescovo-signore e ricongiungersi, i protagonisti della vicenda narrata da Michele Mari in
Cento poesie d’amore a Ladyhawak non concludono mai, rimangono in sospensione infinita. Logorante tra l’eroicocomico e il patetico per lui, insostenibile anche per lei, che dà un aut aut («o si va oltre/ o non ci si vede mai più/»). Ma Knightwolf, seppure innamorato folle, s’impunta. Inspiegabilmente. Disgustato quasi che potesse concretizzarsi il vero manzoniano, e fedele ormai al solipsismo puro (quanta ironia!), fa un contrappasso da pokerista e perde tutto. Disperandosi ulteriormente (come un detenuto che abbia perso al vento i dollari di un grosso bottino a lungo agognato).
Alla consumazione regolare del suo amore, preferisce la consunzione e imbalsamazione dello stesso nella tensione di un permanente inizio, vincendo la palma che si contendeva con lei, del novissimo, alias ultimo dei romantici dei nostri tempi. O, per dirla con Mari, l’ultimo degli imbecilli.
L’amore, è la lezione che si trae da questa breve raccolta, è una forza straordinaria che va vissuta fino in fondo, nella pienezza dei sensi e non ammette tentennamenti, patteggiamenti, cimenti indebiti, opportunismi, né rimpianti di sorta.
Il tutto in versi brevi con un ritmo fluido veloce costantemente ironico e sarcastico, una sorta di nuovo poemetto eroicomico cavalleresco (tra cavalieri, uomini cavallo trafitti a sangue e cavalline), molto tassoniano. Dissacrante.
Tra tutte le figure retoriche impera la similitudine che, lungi dall’indicare povertà di mezzi espressivi, diventa chiave interpretativa. Il “come” disseminato ovunque è spia dell’operazione compiuta dall’autore nell’interpretazione di una storia irrisolta, forse già nell’immaginario collettivo (o in qualche oscuro scritto, un ectoplasma «riverbero azzurrino»), e che rischia peraltro di rinnovarsi ancora. Ma, sia chiaro, per un semplice sfioramento ad oltranza: «tertium dabatur/ e sarebbe stato vivere/ sfiorandoci». E anche a distanza. In quanto se Gozzano amava le rose che non aveva colto, il Knigthwolf di Mari preferisce addirittura non sfiorarle. Lo ribadisce, nella stornellata che chiude la silloge, in versi di sapore anche carducciano: «il fiore mio più bello, il fior della mia vita/il fior che non sfiorisce /è il fiore che non sfioro».
Il tema, si vede, è oscuro, controverso e soprattutto incredibile sino alla fine. Aperte molte interpretazioni. E sarà per questo che l’io narrante Knigthwolf prevede grande interesse: «una folla di fantasmi incuriositi/ starà pensosamente esaminando/ i pezzi di cerimonia/che abbiamo abbandonato dalla loro parte». L’autore Mari tra questi? In un travestimento e capovolgimento parodico di ruoli che coinvolge anche i protagonisti? Chi è veramente LadyHawke?
inserito dalla segreteria il 11 November 2007