premio alessandro tassoni

Premio Alessandro Tassoni

: Risultati 2008

Premio Alessandro Tassoni 2008 - Vincitori - Motivazioni - foto
I premi sono stati consegnati: a Paolo Ruffilli da Mario Lugli (Assessore alla Cultura del Comune); a Giuliana Manfredi, vice direttore di Diabasis (in rappresentanza di Adriana Zarri ), da Luca Bellingeri (Direttore della Biblioteca Estense Universitaria); a Giorgio Celli da Beniamino Grandi (Assessore alla Cultura della Provincia); a Diego Marconi da Gian Paolo Caselli (Consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena); a Gherardo Colombo da Alessandra Bignardi (Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena)


 

 

 

Per motivi tecnici oscuri questa pagina subisce automatiche modifiche. Ce ne scusiamo con i lettori, che possono però ritrovarla sul blog di Nadia Cavalera http://nadiacavalera.blogspot.com/

Premio Alessandro Tassoni
Vincitori 2008

SEZIONE A
Paolo Ruffilli, Le stanze del cielo , Marsilio 2008 (poesia);
Adriana Zarri, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI , Diabasis 2008 (narrativa);
Giorgio Celli, La zattera di Vesalio e altri drammi, Tre Lune 2007 (Teatro);
Diego Marconi, Per la verità, Einaudi 2007 (Saggistica).
SEZIONE B, HONORIS CAUSA
GHERARDO COLOMBO

PAOLO RUFFILLI, Le Stanze del cielo , Venezia, Marsilio 2008.
MOTIVAZIONE
Nel libro Le stanze del Cielo Paolo Ruffilli entra in due spazi di costrizione: il carcere e la tossicodipendenza. Affrontando temi come questi è facile cadere in luoghi comuni a volte seccamente liquidatori, a volte melodrammatici e sentimentali. Ruffilli invece riesce a raccontarli con discrezione, a volte con pudore, ma nello stesso tempo con profondità, scegliendo un tono antilirico e antiretorico che invita a riflettere e a mettere in dubbio le certezze, spesso ipocrite e affrettate, con cui si giudicano questi luoghi o stati del corpo e della mente. Una poesia civile, dunque, che non dà indicazioni dogmatiche e ideologiche, ma che colloca il lettore, ascoltatore non visto e non giudicante, in una posizione privilegiata di ascolto accanto due spazi “concentrazionari”, come li definisce Alfredo Giuliani nella bella nota introduttiva al volume: “lo spazio concentrazionario esterno della prigione e interno della droga”, spazi “baratro” o “abisso”, “fuori dal mondo”. (p. 81).
Un gesto civile, quello compiuto da Ruffilli, con la C maiuscola, proprio perché rifugge dalla banalità, dagli stereotipi e dalle semplificazioni. Ed è proprio questo che la parola poetica dovrebbe fare: scavare, scendere in profondità. Profondità che non è necessariamente oscurità. Le parole scelte sono parole che appartengono a una linea feconda della nostra poesia. Ancora Giuliani richiama la linea della poesia “sliricata” di Debenedetti che ha segnato buona parte del nostro Novecento. Saba, certo, non solo nelle scelte lessicali, ma anche nella musica dei versi, con certe rime facili e con l’ultima parola di quasi tutte le poesie che trova dei richiami di forte assonanza e rima nel testo; un raddoppiamento musicale, che chiude questi cantabili ritratti interiori di esclusi. Ma anche una poesia lirica radicata nella tradizione medievale, con quel lancinante Canzoniere d’amore che è la seconda parte del libro, dedicata al tossicodipendente. La “donna”, domina/padrona, amante, sognata e senza la quale “la sete, il desiderio: / un vuoto più profondo / di tutto il pieno / vomitato giù / fuori dal mondo” (p. 76) non è Laura o Beatrice o monna Vanna, ma la droga che “inghiotte a un tratto / ogni parola, / ogni pensiero che / nell’istante / avevi già pensato…/ come un deserto / deforma la realtà” (p. 80). Un Canzoniere alla Guido Cavalcanti, in cui si assiste a un’azione teatrale fra l’amante e l’amato, in cui il rapporto d’amore è subìto, e il bisogno, il desiderio “ti accelera la vita / nell’ossessione, / ti usa violenza e / ti scompone / lo spazio e il tempo” (p. 82). Qui la donna, “voce oscura”, “ditta dentro” “e ti cancella il cielo, / la via e la casa / in cui hai vissuto, / il viso dei tuoi cari…” (p. 81). Come scrisse Cavalcanti: “Riman figura sol en segnoria / e voce alquanta, che parla dolore”. E questa situazione di sospensione angosciante, di morte in vita, accomuna il recluso nella droga e il recluso nella prigione: “Non sei più vivo, / eppure ti stupisci / che non muori” (p.34).
Una poesia consapevole del proprio fare, radicata nella tradizione ma mai imbalsamata e leziosa: una poesia in cui si scrive civilmente e poeticamente del dolore, e si invita a guardarlo con sguardo diverso e dubbioso (Franco Nasi).

ADRIANA ZARRI, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI
Reggio Emilia, Edizioni Diabasis 2008.
MOTIVAZIONE
Adriana Zarri, nota soprattutto come saggista, giornalista e teologa non conformista, che vive da diversi anni in una specie di eremo nelle campagne di Strambino, nei pressi di Ivrea, ha saputo dar voce al dissenso cattolico e al cristianesimo di base attraverso alcune sue encomiabili opere narrative.
Il suo ultimo romanzo si presenta fin dal titolo come la «biografia» (Vita e morte…) di un immaginario e non convenzionale Celestino VI, a cui la narratrice affida il compito di esplorare la possibilità di decisioni rischiose e di innovazioni profonde nell’innossidabile virilismo della curia romana: dall’abolizione del celibato a quella del cardinalato, dalla «teologia vaticana» in vigore nei palazzi della curia romana (che vieta la contraccezione, i rapporti prematrimoniali, l’ordinazione femminile) per finire con la donazione del suo piccolo stato all’Italia, con la clausola che queste ricchezze passassero al popolo di Roma. Insomma un papa povero ed ecumenico, come lei lo vorrebbe! Costruito su una trama esilissima ma affascinante, il racconto tiene avvinto il lettore grazie ad una sequenza di episodi che si espandono su dettagli solo in apparenza feriali, per farsi portatori di una verità inattesa andando a costruire una abilissima filigrana di situazioni ed immagini, quasi una sorta di trama segreta. La struttura del racconto prevede inoltre un duplice epilogo: l’accettazione dell’ardua impresa e la rinuncia. La scrittrice lavora con straordinaria acribia alla dilatazione del tempo, lasciando ampio spazio ai pensieri e alle riflessioni del suo personaggio. I ricordi, le impressioni, le minime malignità, le riflessioni ora profonde, ora allegre o tristi, i progetti e le incombenze legate al nuovo status del piccolo parroco eletto al soglio di Pietro, tutto si dipana e si amalgama, lasciando accadere le cose dentro e fuori, e mostrando così con impressionante evidenza i tratti di una personalità in cui «contemplativo e trasgressivo» riuscivano a convivere serenamente perché «in realtà non stavano in due caselle differenti, ma in un cassetto solo, mescolati». In questa fantasmagoria di pensieri e di situazioni emerge il ritratto di un uomo capace di vivere in una solitudine profonda e toccante, capace altresì di una comunione emotiva e simpatetica con tutti gli esseri viventi del cosmo.
La storia narra l’elezione imprevista di un oscuro curato di campagna, temporaneamente ritiratosi «per meditare e pregare» in un romito monastero [«una piccola repubblica, autonoma e autosufficiente»], al soglio di Pietro. Lontano per esperienza e per pratica di vita dagli ambienti curiali ormai ridotti a pura «formalità», il nuovo papa crea scompiglio perché si propone fin dall’inizio come «un papa fuori regola», un piccolo uomo dai grandi orizzonti, un papa casereccio capace di fare «un passo indietro perché il suo popolo facesse un passo avanti». Una figura controversa fin nella scelta del nome, quell’«eremita del Morrone [che] fu il peggior anticuriale della storia», il Celestino del dantesco «gran rifiuto». Ma una figura capace di incarnare, seppur sottotraccia una forte tensione ecumenica: non amava la legge, non amava il diritto, forse neanche il dovere ma l’amore soltanto. E non osava neanche dirla quella parola tanto inflazionata che aveva perso giovinezza e si afflosciava come un vestito vecchio.
Con questo romanzo la teologa Adriana Zarri si consacra abile ed esperta scrittrice. Costruisce il suo racconto attraverso scene capaci di coniugare con maestria il dato storico e teologico con il «vero poetico» di manzoniana memoria, riconsegnando così alla letteratura la sua autentica capacità di nominare e attraversare i conflitti senza lasciarsene soverchiare. Una volta di più Adriana Zarri insegna ai suoi lettori e alle sue lettrici che la letteratura può veramente diventare una «epifania della verità» (Adriana Chemello).

GIORGIO CELLI, La zattera di Vesalio e altri drammi, Mantova, Tre Lune Edizioni 2007
MOTIVAZIONE

Giorgio Celli è una figura di intellettuale singolare e poliedrico, attivo in entrambe le “due culture”, al contempo scrittore (narratore, poeta, drammaturgo) e scienziato (etologo e professore di Entomologia). La sua vocazione letteraria è maturata nella tensione delle neo-avanguardie degli anni Sessanta, cui ha partecipato con il gruppo emiliano dei parasurrealisti della rivista “Malebolge”, arrivando a risultati di narrativa sperimentale come Il parafossile (1967); una linea proseguita anche in anni meno propensi alle “tendenze” e alle sperimentazioni - ricordiamo, tra l’altro, il contributo teorico di La scienza del comico (1982) e i nuovi racconti di Dio fa il professore (1994). Il premio Tassoni va oggi al volume La zattera di Vesalio e altri drammi, in cui Celli ha raccolto la sua produzione per il teatro: un teatro concentrato e studiatissimo, che potremmo definire un teatro sintetico, pensando alla misura di solito abbastanza breve costitutiva dei singoli drammi, che però si somma in un compendio piuttosto mastodontica. Puntando alla sostanza potremmo definirlo un teatro della riscrittura e un teatro della dialettica. In quanto teatro della riscrittura, i testi di Celli riprendono e rielaborano alcune figure cruciali della tradizione (come il capitano Achab di Moby Dick, Nora di Casa di bambola, Sherlock Holmes e vari altri), ma anche autori trasformati in personaggi (Darwin, o l’anatomista Vesalio, nel brano che dà il titolo alla raccolta), non però al fine di un innocuo divertissement o di una mera dimostrazione di abilità postmoderna: la riscrittura, infatti, è precisamente funzionalizzata all’esercizio della dialettica, cioè allo scavo e al rovesciamento dei temi e delle figure prelevate dall’universo del già-scritto, che vengono messe in processo (quando non “processate” davvero) sulla scena ridotta all’essenzialità di un luogo mentale e allegorico. In quanto teatro della dialettica, quello di Celli è un teatro di opposizioni polarizzate, di duelli verbali e non, di conflitti spinti fino all’estremo, di incandescenze crudeli (ancora secondo la grande lezione surrealista). In un immaginario sempre virato al nero e lontano sia dal mimetismo borghese che dal recupero del mito, con una ironia propendente verso il sarcasmo, Celli va ad esplorare soprattutto i rapporti di potere, i rapporti tra il potere e la scienza (su cui riscrive da par suo le tentazioni di Faust), il dominio e la tortura, la miseria dell’animale-uomo, pronto a tutti gli adattamenti e, per contro, l’irriducibilità dell’eresia, residuo che sfugge ogni volta al controllo. Il linguaggio è ben lontano dagli standard del teatro contemporaneo, ormai ridotto al minimalismo: il testo drammatico di Celli è fatto di una prosa tendente alla poesia, lampeggiante e allucinata nella visione dell’orrore oppure aperta dalle lame dell’umorismo. Quello di Celli è insomma un teatro di spessore culturale e filosofico, problematico, ricco di contrasti e spinto da una acuminata istanza critica (Francesco Muzzioli).

DIEGO MARCONI, Per la verità, Torino, Einaudi 2007
MOTIVAZIONE

La realtà intorno a noi esiste oggettivamente, a prescindere dal nostro approccio conoscitivo tant’è che “una buona parte del mondo che diciamo di conoscere c’era molto prima che ci fossimo noi, e una parte di esso ci sarà ancora quando noi non ci saremo più” .
Facendo sua questa posizione realista di Barry Stroud e procedendo sulla linea di Alfred Tarski, Diego Marconi, col saggio “Per la verità” (edito da Einaudi) si inserisce nel vivace dibattito pubblico degli ultimi anni su verità e relativismo, scaturito dal quadro politico attuale fatto di scontri tra il mondo islamico e quello occidentale aggravati da religiosità esasperate e reazionarie, dalla crisi della democrazia liberale, da rigurgiti di autoritarismo e totalitarismo, da pratiche costanti di terrorismo.
Lo fa da fine filosofo del linguaggio qual è, con un’attenta analisi del problema. In particolare affronta e precisa i significati di “verità”, “credenza”, “conoscenza”, “certezza” e “relativismo” nelle sue varianti, e, dopo aver mostrato l’infondatezza di altre teorie basate su confusioni concettuali o assurde drammatizzazioni, muove in una sostanziale difesa della verità, come corrispondenza tra il linguaggio e i fatti.
Il tutto, rifuggendo dai tecnicismi spesso ingiustificatamente involuti di certi filosofi, seguendo lo spirito più costruttivo della buona divulgazione di matrice anglosassone e adottando un linguaggio chiaro, ricco di immagini e esemplificazioni illuminanti.
Indispensabili in un tempo oscuro come il nostro in cui le semplificazioni, le manipolazioni e ledistorsioni semantiche regnano sovrane (Nadia Cavalera).

GHERARDO COLOMBO
MOTIVAZIONE
La Giuria del Premio “Alessandro Tassoni” è onorata di conferire il riconoscimento “honoris causa” a Gherardo Colombo perché fulgido esempio di apostolo della legalità, e in veste prima di magistrato dalla carriera specchiata che nessuna delle tante manovre denigratorie e diffamanti è mai riuscita ad intaccare,
ed oggi quale teorico del diritto, propugnatore di una società migliore, definita nel suo ultimo libro (”Sulle regole”, Feltrinelli 2008) “orizzontale”. Una società che trova nella Costituzione e nei suoi valori fondanti piena corrispondenza, mentre nella quotidianità una continua dolorosa smentita, a favore di una pratica costante riassumibile nella definizione di “società verticale”.
Di qui l’intensa necessaria attività di divulgare la Costituzione e le sue norme, a vari livelli.
Nella convinzione, da noi pienamente condivisa, che stante la situazione sociale attuale selettiva, oppressiva, di fatto inchiodata al sistema della corruzione, tra furbizia, privilegio, sopraffazione, e inattaccabile dall’interno dei poteri costituzionali, per rapporti di forza sfalsati e minati da un esecutivo arrogante, tendenzialmente dispotico, solo una collettività correttamente e costantemente informata possa sovvertirla.
Per procedere verso la realizzazione di una realtà che trovi il suo perno propulsore nel riconoscimento e rispetto dell’altro (Nadia Cavalera).

GHERARDO COLOMBO, apostolo di legalità
di Nadia Cavalera

Le prime avvisaglie: a settembre 1981, per volontà della Cassazione, la rapida trasmigrazione, da Milano a Roma, delle indagini sulla Loggia P2 (avviate a marzo), poi nel 1984 la disposizione dell’ancora più celere trasferimento delle indagini sui fondi neri dell’IRI, sempre da Milano a Roma, che si configura così inequivocabilmente come “porto delle nebbie”.
Infine con Mani pulite (1992-98) la certezza di essere di fronte ad un sistema della corruzione dalle dimensioni colossali e inattaccabile dall’interno dei poteri costituiti, sempre più compromessi nei loro rapporti di forza a favore di un esecutivo invadente, vocato all’assoluto.
Forse il fenomeno (è un suo rammarico[1]) si sarebbe potuto almeno contenere se non fossero state insabbiate le indagini degli anni Ottanta, se il caso fosse stato veramente affrontato prima di Mani pulite, ma nella situazione presente, e con una magistratura sempre più ostacolata, penalizzata, esautorata, l’operazione è pressoché impossibile, senza il concorso consapevole e convinto della collettività continuamente raggirata, turlupinata. Che va invece educata con l’informazione costante perché si compia veramente la democrazia.
E “la giustizia, ormai, è una macchina per tritare acqua”. Con questa drammatica constatazione verificata più volte, il giudice di Cassazione Gherardo Colombo, in magistratura dal 1974, a metà febbraio 2007, invia una lettera di dimissioni al Consiglio Superiore della Magistratura e al Ministero di Grazia e Giustizia. Dal 7 maggio uscirà dalla scena giudiziaria che l’aveva visto impegnato ad indagare i maggiori scandali dell’ultima parte del Novecento. Sarà vicepresidente della casa editrice Garzanti. Scriverà libri sul diritto, intensificherà corsi sulla legalità nel senso di “piena attuazione dei principi costituzionali, della tutela dei diritti fondamentali e dell’uguaglianza di fronte alla legge”[2].
A dare il la massmediale, il 17 marzo, un’intervista sul Corriere della sera, a cura di Luigi Ferrarella
La decisione sorprende tutti, i comuni cittadini in primis, che si sentono spiazzati, comeabbandonati. Enzo Biagi spera che l’”addio in silenzio” diventi “assordante per gli italiani[3]” e l’Associazione nazionale magistrati auspica che la grave decisione sia per i politici spunto di un’ampia riflessione: “Che la politica si interroghi”[4].E non mancano dichiarazioni ufficiali che invitano al ripensamento. Il guardasigilli Mastella vorrebbe “amichevolmente richiamarlo all’ordine”[5]; Pierferdinando Casini, in un commento richiestogli dalla giornalista Lucia Annunziata, considera la sua scelta, pur rispettandola, negativa e lo sollecita a restare: “Colombo rimanga in magistratura”[6].
Ma se si ha difficoltà a credere nella piena sincerità di queste ultime affermazioni, pensando alla campagna trasversale (da destra a sinistra) di diffamazione da lui subita negli anni solo per aver fatto il proprio dovere, o ricordando i procedimenti disciplinari superati e le trenta inchieste penali affrontate (conclusesi in un nulla di fatto) per la denuncia di suoi imputati, di certo le dimissioni, seppure pensate più volte, hanno lasciato incredulo innanzitutto lui stesso, perché in quel compito, quasi una missione, Gherardo Colombo aveva creduto fortemente sin dall’inizio. Ma il sistema è giocoforza costrittivo e non concede deroghe. Non a caso Antonio Di Pietro, altro protagonista inquirente al tempo di Tangentopoli e dimissionario famoso, passato poi alla politica, commenterà: “Anche Colombo è stato costretto a dimettersi”[7]. Una costrizione, dunque, se non di fatto, morale: il lavoro configge ormai con la coscienza. E questo, (Kant, suo filosofo preferito, docet), non è sostenibile. Già nel 1994 era stato lui l’autore del comunicato al procuratore Francesco Saverio Borelli in cui, dinanzi al decreto Biondi che aboliva l’arresto per i colletti bianchi, i magistrati chiedevano “un altro incarico nel cui espletamento non sia stridente il contrasto tra ciò che la coscienza avverte e ciò che la legge impone”[8].
Colombo dunque non può più assistere da lucido testimone (più che informato dei fatti), e cultore della memoria, al teatrino di una Giustizia fittizia che si accanisce sui più deboli e perdona ed esalta i grandi malfattori che mirano instancabilmente a gestire lo Stato a loro piacimento, per il tornaconto personale e di loro sodali: “In Italia quella fra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata su furbizia e privilegio. Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è arrivati a una riabilitazione complessiva dei corrotti”[9].
Da rigoroso ed incorruttibile custode della legge quale ha sempre dimostrato di essere, non può tollerare il dilagare dell’impunità, non per un “vezzo” personale (come qualche osservatore superficiale sproloquierà su un quotidiano[10]), ma, per un imperativo categorico impellente.
Nato in Brianza, a Briosco (Milano) il 25 giugno 1946, vissuto a Renate, nella tranquillità della grande casa di Tornago, circondata da un vasto giardino e con attiguo un boschetto di bambù (cui sono le legate le prime importanti scoperte della realtà circostante e le prime sfide contro il buio l’ignoto di innocenti giuochi), dopo aver conseguito la maturità classica al Liceo “E. De Amicis”, frequenta l’Università Cattolica di Milano, presso la quale si laurea in Giurisprudenza, nel 1969, con la tesi di laurea su “La riforma del processo penale”.
Vive il 1968 da lontano (le prime occupazioni e contestazioni coincidono con l’inizio del servizio militare, anticipato all’ultimo anno di studi per accelerare i tempi di inserimento nel lavoro) ma ne condivide subito l’entusiasmo di fondo che, mettendo a nudo, con profonde analisi, le contraddizioni strutturali della società, faceva ben sperare in un cambiamento epocale. Salvo poi ricredersi (”un’occasione perduta, fallita,un tradimento”[11]) e constatare che la supposta spinta ideale di molti leader si era risolta in una corsa al potere e al denaro. A tutti i costi. Anche del rapido capovolgimento di immagine, messa con disinvoltura al servizio della sopraffazione, dopo aver sbandierato l’uguaglianza.
Concetto questo cui Colombo invece terrà sempre fede, associandolo a quello di proporzione, punti cardine della Costituzione Italiana.
“Avevo e mantengo un paio di convinzioni profonde - uguaglianza e proporzione - che coincidevano esattamente con l’ispirazione di fondo della Costituzione della Repubblica”, scriverà ne “Il vizio della memoria”[12], un libro che costituendo memoria di fatti personali e professionali, ne esalta la funzione, da coltivare per poter crescere. E se è comprensibile che i disonesti vogliano dimenticare, è impensabile che accondiscendano a questo anche i tanti onesti: “Se anche gli uomini di buona volontà non hanno memoria questo paese è in un vicolo cieco”[13].
Appena laureato, in attesa del Concorso per adire la magistratura, che intende affrontare contando solo sulle sue conoscenze universitarie, Colombo lavora alla Compagnia di Assicurazione della RAS (col compito di controllare il lavoro dei liquidatori), in un clima di costante frustrazione: vive ogni suo successo professionale come un sopruso sui più deboli.
Senza rimpianti lascia quindi la RAS quando, non avendo superato il primo concorso, decide di prepararsi adeguatamente per il successivo, facendo solo lavori saltuari e contando sull’aiuto della famiglia.
Superati gli scritti, comincia a frequentare il Palazzo. Conosce, tramite amici, quelli che sarebbero stati suoi futuri colleghi e, tra le quattro correnti[14] in cui si dividevano i magistrati all’epoca, aderisce subito a Magistratura Democratica. Ne apprezza la sensibilità verso i problemi sociali, ambientali e la volontà di adeguarsi pienamente ai dettami della Costituzione. Prende però una distanza critica dagli eccessi di qualche suo componente, che farà affibbiare impropriamente a tutto il gruppo l’etichetta di “politicizzato”.
Nel 1974, in un periodo in cui il terrorismo (figlio delle paure che il Sessantotto aveva suscitato nel potere occulto), a partire dalla bomba di piazza Fontana, è in piena escalation, Gherardo Colombo (dopo un iter iniziato nel 1971) entra in Magistratura.
All’inizio opera in qualità di Giudice nelle udienze della VII sezione penale della Corte di Milano (1975-1978), poi è Giudice Istruttore (1978-1989 ).
Risale a questi anni il primo lutto tra i colleghi che lo tocca profondamente. Il 19 marzo 1980, per mano di giovani di Prima Linea, viene ucciso Guido Galli, ottimo magistrato di cui in passato aveva seguito importanti lezioni e presso il quale aveva fatto anche tirocinio, per imparare a fare il giudice.
La colpa di Galli è quella di aver svolto bene l’indagine assegnatagli e di aver quindi individuato ed in parte sgominato un’organizzazione terroristica milanese. La motivazione pubblicizzata ovviamente fu altra: col suo impegno tendeva a migliorare l’efficacia del lavoro dei magistrati. Impediva, in altre parole, il fantomatico salutare conflagrare delle contraddizioni, in nome del quale tanti altri crimini assurdi sarebbero stati commessi.
L’assassinio di Galli sconvolge tutta la magistratura milanese, tanto più che avviene a stretto giro di altre morti eccellenti: quella di Emilio Alessandrini (29 gennaio 1979), pubblico ministero di Piazza Fontana, e quella di Giorgio Ambrosoli (12 luglio 1979), commissario liquidatore delle banche insolventi di Michele Sindona, “il più potente banchiere privato italiano e il massimo esponente della finanza cattolica”[15].
E lo squarcio di un tunnel, fatto di timori, rabbia, frustrazioni, impotenza. Ma mentre molti colleghi chiedono il trasferimento in altre città o il trasferimento alla giustizia civile, Gherardo Colombo tace, resiste e, coinvolto dai giudici istruttori Gianni Galati (poi passato a Roma) e Giuliano Turone (in seguito suo amico fraterno), si presta all’attuazione di uno schema operativo, studiato dallo stesso Galli e mirante a rafforzare il fronte delle indagini e la sua capacità di impatto.
I tre inquirenti seguono tre inchieste, che vertono su Sindona e che sono collegate tra loro, da titolari di una sola e nel contempo sostituti delle altre due.
Così affrontano l’omicidio Ambrosoli, di cui risulterà mandante Sindona, le minacce denunciate da Cuccia, ritenuto da Sindona il responsabile principale del suo fallimento, e la presunta scomparsa di Sindona stesso, che si rivelerà poi un autorapimento. Di qui nuova linfa, coraggio, la determinazione a scoprire la verità, una vera e propria rinascita, perché le morti dei giusti non siano vane: ” Il sangue di Giorgio Ambrosoli è stato uno dei semi della rivolta contro la gestione occulta del potere e della corruzione che l’accompagna”[16].
Con questa strategia ed un metodo scientifico che si affida alle probabilità più che alle ipotesi, di scoperta in scoperta si mettono a fuoco, tra l’altro, i rapporti di Sindona con Licio Gelli, e si scopre a Castiglion Fibocchi, la Famosa Loggia P2, con la lista di 962 iscritti, tra cui tutti i vertici dei servizi segreti, tre ministri, molti parlamentari (anche il segretario dell’allora presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani), direttori di giornali e giornalisti comuni, magistrati, prefetti, imprenditori (tra cui Silvio Berlusconi), generali. Sarà definita all’inizio dai “Saggi” nominati da Forlani (dopo inverosimili pantomime decisionali), uno “Stato nello Stato” per poi diventare, dopo il trasferimento delle indagini a Roma e molti tagli e sfrondature, poco più di un filantropico circolo culturale.
Dimenticato completamente dall’opinione pubblica (ma non forse da qualche suo aderente che cercherà in futuro di riprenderlo), il Piano di rinascita democratica, cioè il programma politico sequestrato nel 1981 alla figlia di Gelli, Maria Grazia, e che prevedeva tra le riforme principali, la subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo e il ridimensionamento dei sindacati, al clou negli anni Sessanta, col rischio che veramente potessero far progredire la classe base, da sempre buona solo per essere sfruttata.
Continuano e talora si sommano i suoi incarichi. Dal 1987 al 1989, fa parte della Commissione che esamina i materiali riguardanti importanti processi contro il crimine organizzato (nell’ambito della riforma del Codice di Procedura Penale da parte del Ministero di Grazia e Giustizia).
Dal 1987 al 1990 partecipa in qualità di osservatore - per conto della Società Internazionale di Difesa Sociale - alla Commissione di esperti per la Cooperazione internazionale nella ricerca e nella confisca dei profitti illeciti.
E dal 1989 è Pubblico Ministero presso l’Ufficio del Procuratore Generale di Milano. Contemporaneamente è consulente per la Commissione Parlamentare di Inchiesta sul terrorismo in Italia(1989- 1992), e per la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla mafia (1989-1993). Accetta questi incarichi, spinto dall’interesse di vedere dall’ interno il mondo del palazzo e il modo di lavorare dei parlamentari.
L’esperienza nella Commissione sulle stragi e il terrorismo sarà per lui deludente al massimo perché ne scopre l’inutilità ai fini istituzionali, e l’utilizzo prevalente “per macinare acqua, perché nulla fosse portato a termine e tutto perennemente in corso”[17]. In pagine memorabili ne descriverà la surreale iperattività sempre cangiante, mutante, ritornante su molteplici casi, che talora si esibisce anche in arditi balletti interpretativi per rimanere sempre e solo serbatoio di notizie “strumentali a giochi che si conducevano su altri tavoli in un rapporto di dare e avere” continuo. Preziose dunque nel mercimonio della politica.
In seguito, su richiesta dei dirigenti della Procura (Gerardo D’Ambrosio e Saverio Borrelli) Colombo affianca Antonio Di Pietro nel caso Mani Pulite (ai due in seguito si unirà. anche Pier Camillo Davigo). E’ l’aprile del 1992. Anno cruciale che vedrà le morti di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino e , nell’ambito di Mani pulite, i suicidi di due importanti esponenti del Psi; l’informazione di garanzia a Bettino Craxi. La tensione è al massimo e Colombo, già propenso alla costruzione di una società paritaria, “orizzontale” che impone nuovi comportamenti, si convince che non può essere il carcere la risoluzione del problema e avanza un’idea straordinaria: l’esenzione dalla detenzione in carcere per chi avesse confessato, restituito il denaro ricevuto e si fosse allontanato per un po’ dalla vita pubblica. Questo gli varrà la scomunica generale. Che se lo deprime, certo non lo abbatte tant’è che, quasi fosse una memoria difensiva, nel 1993 sente il bisogno di appuntare tutte le sue esperienze professionali intrecciandole a quelle personali “perché sono rigorosamente interdipendenti”[18], nel senso che il modo di condurre la sua professione è legato alla sua educazione, alla sua cultura, alla sua weltanschauung. Nasce “Il vizio della memoria”, dove serpeggia ovunque l’amarezza e l’ esasperazione per l’assoluta mancanza di volontà politica a collaborare: “Impressiona e delude la coscienza civile, prima ancora di mortificare l’impegno professionale, il fatto che in questi anni non sia stata adottata una legge, un provvedimento che faciliti le indagini o che renda più difficile, per quanto è possibile, la corruzione”[19].
In seguito alla decisione di Antonio di Pietro di dimettersi, in coincidenza con l’interrogatorio di Silvio Berlusconi previsto per il 26 novembre 1994, a seguire l’inchiesta Mani pulite rimane solo lui e Davigo, affiancati poi l’anno successivo da Ilda Boccassini, (con cui Colombo seguirà in particolare i processi l’IMI-Sir/lodo Mondadori/SME e contro le toghe sporche, i giudici corrotti da Previti). Le indagini si protraggono fin verso il 1997-98, tra la crescente disaffezione del pubblico influenzato da mass media distratti da processi più spettacolari.
I corrotti vengono riabilitati e passa il momento generale di speranza che veramente la legge fosse uguale per tutti. C’è in giro tanta inconscia rassegnazione e la voglia di voltar pagina per ritornare a come si era prima, preda di una politica immorale.
Sempre più forte invece in Colombo il senso di frustrazione e la consapevolezza, in concomitanza delle tortuose e squallide vicende della Bicamerale 1997-98, che miravano a paralizzare la magistratura, che il caso di Tangentopoli fosse solo la punta di un iceberg della corruzione tutto da scoprire e tenuto saldo dalla condizione diffusa (a destra e a sinistra) di essere ricattabili. Dirà Colombo in un’intervista[20]: «Nel metabolismo politico-sociale del paese ci sono ancora le tossine che consigliano di realizzare le nuove regole della Repubblica non intorno al conflitto trasparente, ma al compromesso opaco. E un passaggio chiave è la Bicamerale […]. Chi non è stato toccato dalla magistratura ha scheletri nell’armadio e si sente non protetto, debole perché ricattabile. La società del ricatto trova la sua forza, appunto, su ciò che non è stato scoperto».L’attacco alla Bicamerale gli varrà una pioggia di insulti, soprattutto dalla sinistra. Sarà considerato , «fanatico» , «caso psichiatrico», , «piccolo borghese eversivo», incapace di condurre inchieste obiettive», «paranoide» [21].
Riceve denunce e querele e il ministro Flick, su sollecitazioni del Pds e di Forza Italia avvia un procedimento disciplinare (il terzo, dopo quelli condotti da Mancuso). Tutte azioni che non avranno un seguito.
Lui ancora una volta ne uscirà indenne. La bicamerale verrà sciolta nella primavera del 1998, senza riuscire a svolgere quel ruolo ” di lavatrice, o addirittura come succedaneo dell’amnistia”[22].
Colombo, tenace come sempre, continua il suo operato, ma sempre sotto scorta, dal 1981 (tranne brevi periodi), in costante libertà vigilata, impedito di fatto ad applicare il diritto fino in fondo, rafforza sopite

propensioni e si orienta decisamente alla sua teorizzazione. Medita la svolta personale, in piena coerenza coi suoi principi.
Risale comunque al marzo 2005 l’ultimo incarico, Consigliere presso la Corte di Cassazione, che conferma in lui, al di là delle aspettative, tutte le personali convinzioni sulla palude operativa: i giudici, pur

capaci ed efficienti, possono fare poco, perché hanno a che fare con “un impressionante numero di cause da trattare in poco tempo, scarsi mezzi, mancanza di stanze[23]”. Tritano acqua ancora. E a febbraio

del 2007 le dimissioni.
E costretto, abbiamo anticipato, a farlo, ma non rinuncia al suo sogno di perseguire la vera Giustizia, che, stante la situazione attuale, va ribadito, non può essere conseguita che con l’educazione permanente

della collettività, a cominciare dai giovani. Di qui la dedizione a tenere ovunque corsi, lezioni, conferenze sulla legalità.
Sull’importanza delle regole (argomento del suo ultimo libro[24]), che vanno assolutamente rispettate. Per superare la schizofrenia di un paese con leggi improntate ad una società che definisce “orizzontale”, e

in cui rientra appieno la nostra Costituzione nel senso che punta sul riconoscimento e rispetto dell’altro, ma organizzato secondo le regole della società “verticale”, selettiva, iniqua, corrotta.
[1] Gherardo Colombo, Il vizio della memoria, Feltrinelli, Milano 1996, pag.12
[2] Luigi Ferrarella, Colombo lascia: vedo riabilitati i corrotti, «Corriere della Sera», 17 marzo 2007
[3] Enzo Biagi, Le regole la mia legge, «L’espresso», n.15, 2007
[4] Daniela Gaudenzi, Il trionfo della coerenza, «http://www.centomovimenti.com/», 20 marzo 2007
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] A.Fab., L’addio di Colombo. I ritardi di Prodi, «Il manifesto», 18 marzo 2007
[8] Marco Travaglio, Il giudice che preferisce il conflitto trasparente al compromesso opaco, «L’Unità», 18 marzo 2007
[9] Luigi Ferrarella, Colombo lascia: vedo riabilitati i corrotti, «Corriere della Sera», 17 marzo 2007
[10] Piero Sansonetti, L’idea di legalità di Gherardo Colombo, «Liberazione», 18 marzo 2007
[11] Gherardo Colombo, Il vizio della memoria, Feltrinelli, Milano 1996, pag.31
[12] Ibidem, pag. 27
[13]Ibidem, pag. 12
[14] Nell’ambito dell’ “Associazione nazionale magistrati italiani” (scomparsa “L’Unione magistrati italiani”), le correnti erano: Magistratura indipendente; Terzo potere; Impegno costituzionale; Magistratura Democratica.
[15] Ibidem, pag. 37
[16] Ibidem, pag. 40
[17] Ibidem, pag. 121
[18] Ibidem, pag. 7
[19] Ibidem, pag. 154
[20] Giuseppe D’Avanzo, Colombo: Bicamerale figlia del ricatto, «Corriere della Sera»,22 febbraio 1998
[21] Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio,Mani pulite la vera storia, Editori Riuniti,
http://www.manipulite.it/inciucio_bicamerale.
[22] Ibidem
[23] Luigi Ferrarella, Colombo lascia: vedo riabilitati i corrotti, «Corriere della Sera», 17 marzo 2007
[24] Gherardo Colombo, Sulle regole, Milano, Feltrinelli 2008

Diego Marconi, Per la verità. Relativismo e filosofia, Torino, Einaudi 2007, p.172L
La verità nella sua umile realtà
recensione di Nadia Cavalera

Ammettiamolo. La verità, eccezion fatta per il campo etico e religioso, dove poche sono le giustificazioni considerate, in modo più o meno unanime, stabili, c’è, esiste. Non cadiamo preda dei vari relativismi, dello scetticismo e del nichilismo che la negano, ma manteniamoci sulla linea del più sano e saggio realismo. «Tutti i giorni abbiamo bisogno della verità ed è un bisogno spesso soddisfatto» (p.157).
Questa la conclusione del filosofo Diego Marconi che, alla fine del suo saggio, rilancia e ribadisce quanto già avanzato in fase iniziale. Nato dalle “Lezioni veneziane”, richiestegli da Luigi Perissiniotto (per conto del Dipartimento di Filosofia e Teoria delle Scienze dell’Università di Venezia), e tenute nel dicembre 2006, è stato sistemato in libro nel 2007, presso Einaudi, col titolo eloquente Per la verità, e secondo il più lineare e serrato impianto argomentativo. Ne è conferma la struttura interna in tre capitoli: il primo, “Verità”, dedicato all’esposizione del problema ed enunciazione, tra i tanti distinguo, della propria tesi; il secondo, “Relativismi”, alla trattazione delle posizioni antitetiche dei molteplici relativismi, corredate dalle loro motivazioni, qua e là smussate (con puntuali riferimenti e continui commenti di citazioni) dall’autore, che le confuta del tutto nel terzo capitolo, “La paura della verità”, dove soffermandosi in particolare sul relativismo morale, l’autore chiarisce la causa per cui si ha paura della verità e la si nega. Segue un’ “Appendice” che presenta due argomentazioni (condivise, pare, da molti filosofi), che tendono ulteriormente a stabilire la differenza tra il concetto di verità e quello di giustificazione.
Argomento principe questo della prima parte del saggio. A favore della verità Marconi si schiera subito, facendo propria la linea del realismo a partire da Barry Stroud, per cui “una buona parte del mondo che diciamo di conoscere c’era molto prima che ci fossimo noi, e una parte di esso ci sarà ancora quando noi non ci saremo più” (p.4). Noi non abbiamo motivo di dubitarne. A supporto cita fatti tratti dalla cronaca più recente come il caso di Ustica, di cui non sapremo forse mai la verità, ma ciò non deve escludere che una verità ci sia. Così la considerazione sui pianeti dell’Universo, di cui mai riusciremo probabilmente a sapere il numero esatto, ma ciò non può impedirci di ritenere che l’asserzione “I pianeti dell’Universo sono n” sia vera per un qualche numero n giusto da stabilire.
In questo modo il concetto di verità combacia col principio del logico polacco Alfred Tarski per cui “E’ vero che P se e soltanto se P” (p.6). Cioè, per rimanere all’esempio di Ustica, “se è vero che l’aereo di Ustica è stato abbattuto da un missile allora l’aereo di Ustica è stato abbattuto da un missile; e se l’aereo è stato abbattuto da un missile - se così sanno le cose - allora è vero che è stato abbattuto da un missile” (ivi).
Di qui la necessità di rigettare qualsiasi compromesso verbale, in cui il concetto di verità non trovi piena corrispondenza nei fatti. Come avviene in un pronunciamento della Corte Costituzionale del 1998, dove, a proposito del processo penale, il fine diventa non più la ricerca della verità, ma soltanto “l’accertamento giudiziale dei fatti di reato e delle relative responsabilità” (p.8). Come a dire che i due momenti non coincidono e la verità è qualcosa al di sopra “dell’umile dominio dei fatti”. A meno che, come suggerisce l’autore, non si voglia interpretare questo passo nel senso che “il processo lavora coi mezzi che ha a disposizione ed è possibile che le sue conclusioni, pur essendo giustificate, non siano vere” (p.8).
Ma cos’è la giustificazione? Ed ecco quindi Marconi soffermarsi a distinguere tra ‘vero’ e ‘giustificato’ (mai sinonimi), tra le asserzioni giustificate (che danno buone ragioni per far pensare che siano vere) e quelle che possono risultare vere ma non giustificate (per una pura casualità). Ed ancora tra le asserzioni vere, ma non asserite da nessuno, e quelle giustificate ma non vere (come le vecchie teorie scientifiche), che per induzione ci portano a credere alla possibilità che molte asserzioni oggi giustificate un domani potranno non risultare vere, ma false. Nel mare magnum delle giustificazioni individua tre possibili sensi di giustificato:
1. quando una credenza o asserzione è argomentata, cioè non è un dogma, ma è sostenuta da un ragionamento basato su premesse. Così che giustificato equivale ad argomentato, a prescindere dalla validità della premessa e della sua forma.
2. quando un’asserzione è derivata in modo convincente da premesse plausibili, così che in questo ambito “potremmo riconoscere che teorie o asserzioni false sono tuttavia giustificate” (p.11).
3. quando una credenza o asserzione sono non solo giustificate, ma vere. Autentiche così che comportano necessariamente la verità. In questo ambito “non ci sono giustificazioni, buone, cattive, migliori o peggiori di altre, ma solo giustificazioni, effettive e giustificazioni apparenti (che non sono affatto giustificazioni)”(p. 13).
Quale il rapporto di questi concetti di giustificazione con quello di verità? I primi due comportano “che una proposizione possa essere giustificata senza essere vera; il terzo lo esclude, ma solo perché incorpora la verità della proposizione giustificata nel concetto stesso di giustificazione” (ivi).
Da taluni, nelle discussioni sul relativismo, i concetti di verità e giustificazione possono essere confusi, come quando, ritenendo che le giustificazioni siano figlie del tempo si pretende di estendere questo status anche alla verità, aderendo così ad una “versione storicistica del relativismo sulla verità” (p.15).
Comunque il concetto di giustificatezza per alcuni filosofi tra cui Bernard Williams, presuppone quello di verità, in quanto il dire che un’asserzione è giustificata rimanda alla nostra disponibilità a ritenerla vera.
Quanto alla conoscenza, può essere una credenza giustificata? Per Platone sì, per molti altri filosofi no, anche se quasi tutti sostanzialmente ritengono che la verità e giustificatezza siano componenti necessarie della conoscenza. Che rimane altra cosa dalla credenza e dall’opinione.
Giusto gli scettici ritengono che «quelle che consideriamo conoscenze potrebbero non essere vere» (p.24). Ma cos’è lo scetticismo? per John L.Austin “una distorsione del significato normale di ‘conoscere’ e ‘sapere’”(p.24) e per Ludwig Wittgenstein qualcosa di “ozioso”, in particolare il dubbio scettico è “ozioso”. Già queste opposizioni, secondo Marconi, precludono notevolmente la possibilità di voler sostenere seriamente lo scetticismo. Cioè di dare credibilità a chi pensasse che la tesi scettica - «Non abbiamo né possiamo avere alcuna conoscenza »- sia senz’altro vera. A meno che non si voglia sostenere solo che non ci sono conoscenze assolutamente certe. Ma qui evidentemente, ricorda l’autore, siamo di fronte ad un’altra confusione: quella tra conoscenza e certezza.
Per chiarirla Marconi ricorre di nuovo a Wittgenstein, alla distinzione da lui fatta fra l’uso soggettivo e oggettivo di certo e certezza, per cui l’una non è conoscenza e non implica la verità dei contenuti su cui verte, mentre l’altra dovrebbe essere l’impossibilità dell’errore, ma più spesso è intesa come non rivedibilità. Caratteristica questa contestata da Quine, Karl Popper e altri che hanno insistito sul fatto che “non possiamo in nessun caso escludere di trovare un giorno che c’è ragione di abbandonare anche le credenze che oggi ci sembrano più salde e meglio giustificate” (p.31).
Così che si può dedurre che abbiamo oggi credenze che consideriamo conoscenze ma non lo sono.
Non ci sono conoscenze certe dunque, ma questo non implica che non ci siano conoscenze, né che non siamo in grado di giustificare nessuna credenza come vera, né che la verità sia per noi inaccessibile.
Ma “il cuore dello scetticismo rimane nell’idea che nessuna giustificazione è tale se non è dimostrabilmente capace di resistere a ogni obiezione possibile” (p.32). Come quella di essere in sogno “o di essere cervelli in un bagno organico collegati ad un computer” (p. 33).
Dubbi irragionevoli e imbarazzanti legati giusto allo scetticismo.
Ma nonostante molti comuni mortali con Stroub diano per scontato che ciò che hanno ragione di asserire sia in effetti vero e ciò che hanno ragione di negare sia in effetti falso, considerando la verità “cosa del tutto banale” (p.35), molti filosofi, invece, o per la confusione tra conoscenza e certezza, o perché si riferiscono a questioni religiose, filosofiche, etiche o politiche (estremamente controverse e con argomentazioni non del tutto convincenti), hanno molto drammatizzato la realtà, nel senso che ne hanno fatto qualcosa di inattingibile, o che si può giusto ricercare .
Come a dire che hanno esteso l’inaccessibilità delle verità etiche o religiose alla verità tout court. E potenziando il valore della ricerca, a scapito della conoscenza, già Gotthold Ephraim Lessing ha potuto scrivere nel 1778 “Non la verità ma il sincero sforzo per giungervi determina il valore dell’individuo” (p.44) . Una “nobile sciocchezza” commenta Marconi, in quanto, “dalle chiavi di casa alla terapia efficace del carcinoma ovarico, si cerca per trovare” (ivi), per cui si è solo di fronte ad una razionalizzazione di possibili modesti risultati, persino controproducente in quanto fa di un’azione forse vana, un’azione decisamente sciocca.
Nel secondo capitolo Marconi affronta il relativismo, termine con cui si indica “una varietà sterminata di posizioni e atteggiamenti” (p. 50) , cercando di mettere ordine nella questione, ma appoggiandosi alla tradizione filosofica non italiana, galleggiando questa nell’indistinto.
Partendo dalla tesi relativistica sulla verità, per cui “non ci sono asserzioni o credenze semplicemente vere: ogni asserzione o credenza è vera per X, e spesso non per Y” (p.50) (comprendendo in questi simboli non solo persone, ma epoche storiche, concezioni del mondo ecc…), considera il fatto in sé scontato, neppure forma di relativismo, né posizione filosofica. Più interessante, invece, ma lontana sempre dal relativismo, gli appare, passando per una formulazione che ne dà Michel Foucault, la tesi che i criteri di verità possano essere o siano di fatto diversi per X e Y.Per Marconi il relativismo si configura quando si nega la presenza o la sola possibilità di metacriteri “cioè di criteri per giudicare della superiorità o inferiorità dei criteri di verità; e che quindi è impossibile sostenere non arbitrariamente che certi criteri sono i migliori di tutti (sono quelli giusti, mentre gli altri sono sbagliati):” (p.52).
E’ questo il caso del relativismo epistemico, forse la forma più diffusa del relativismo, che annovera al suo seguito filosofi importanti quali Wittgenstein e Ian Hacking. Tuttavia per Marconi, “non coincide con il relativismo sulla verità, né lo implica”. Segue solo “una concezione epistemica della verità, che identifica verità e giustificatezza”. Concetti per Marconi “diversi e distinti anche nell’estensione”.
Quanto al relativismo concettuale, per il quale il modo in cui le cose stanno è accessibile solo attraverso una qualche concettualizzazione, se il suo punto di forza è individuato nell’idea che certe possibilità sono configurabili in uno schema concettuale ma non in un altro, presenta poi una implicazione controintuitiva nella dipendenza della verità dalla mente: “Il sale non era cloruro di sodio prima della creazione della chimica?” si chiede. Rigetta quindi la conclusione di Richard Rorty e Martin Heidegger “che in un mondo senza menti nulla è vero” in quanto “in un mondo privo di menti niente e nessuno avrebbe accesso ad alcuna verità, ma questo non vuol dire che niente sarebbe vero di quel mondo”(p. 69).
Sono questi due relativismi i protagonisti nell’attuale dibattito pubblico, circa la concezione postmodernista e i suoi fondamenti, e soprattutto la nozione di fatto e la sua legittimità.
Ma se i fatti per Giorgio Volpe “non sono un’invenzione dei filosofi: ricorrono frequentemente nei nostri discorsi” e per Marconi vi ricorrono anche “in modo umile”, per i pensatori ermeneutici e postmodernisti (già prima in altro modo per gli idealisti) non esistono, ma sono solo “artefatti di processi interpretativi che si svolgono sullo sfondo di tradizioni concettuali del tutto contingenti” (p.70). In quest’ambito ruotano, tra i tanti, a cominciare da Nietzsche (la cui asserzione “non ci sono fatti solo interpretazioni” è diventata uno slogan postmodernista), Alessandro Ferrara e Gianni Vattimo, alcune dichiarazioni dei quali lasciano pensare a Marconi che loro non si riferiscano agli umili fatti in cui incorriamo tutti i giorni, ma ad un’altra specie di fatti, “essendo stati dichiarati «fatti» anche fenomeni molto complessi come la crisi delle ideologie, l’impraticabilità del punto di vista metafisico e lo stesso relativismo”(p.72).
Cadendo comunque in contraddizione tant’è che Marconi avanza il sospetto che “l’argomentatore post-moderno si conceda di appellarsi ai fatti tanto quanto l’argomentatore non post-moderno, salvo ricordare, a chi per contrastare le argomentazioni postmoderniste si appelli a sua volta ai fatti (magari di un genere più tosto), che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”(p.80).
Dopo aver sgombrato il campo dalla possibilità che il relativismo epistemico (peraltro posizione “filosoficamente difendibile”) possa avere a che fare con la verità, sempre che non si voglia percorrere la strada impraticabile della coincidenza di verità con giustificatezza, Marconi sottolinea che il relativismo concettuale invece riguarda la verità, anche se non riesce a “dissipare del tutto l’intuizione realista”(p.82). E tirando in ballo l’esempio del sale, cloruro di sodio oggi e anche al tempo dei Greci, sottolinea la necessità di distinguere tra la verità di una proposizione e la sua accessibilità che non la compromette. E comunque la discussione per lui rimane aperta.
Tutti i casi trattati da Marconi sono finalizzati a ” far vedere che le conclusioni non seguono dalle premesse esplicitamente o tacitamente invocate per suffragarle” (p.83).
Questo per quanto riguarda il relativismo attinente alle cose come stanno, e che è poco popolare. Più diffuso invece il relativismo attinente al modo in cui dovrebbero stare, cioè l’ambito dei fini dei valori, il campo dell’etica.E chi crede che ci siano valori assoluti è da considerare un pericoloso dogmatico o un «fondamentalista».
Comunque anche il relativismo morale per Marconi è “difficile da formulare in maniera coerente e convincente” (p. 84).
Vi si schiererà contro nell’ultimo capitolo, dopo aver trattato della pluralità (come fatto, ma anche valore) e in particolare di quello che lui chiama pluralismo «dei Cento Fiori»”. Una denominazione che è già un programma per la posizione di Marconi in merito. Infatti la campagna dei Cento fiori è stata quella lanciata in Cina da Mao Zedong in un discorso del 2 maggio 1956 («Che cento fiori fioriscano che cento scuole gareggino») in cui invitava alla libera espressione, e degenerata poi in una repressione dei dissenzienti, l’anno successivo, nella cosiddetta “Campagna Antidestra”.
Ora la pluralità dovrebbe essere un bene perché aumenta le possibilità di scelta, quindi la libertà e perché il confronto dovrebbe migliorare le diverse alternative e soprattutto dare la possibilità di scelta in base alle proprie preferenze. Ma se queste fossero negative? Se fossero quelle di un serial killer? Allora Marconi ritiene che l’unico argomento valido per il pluralismo dei Cento fiori vada individuato in quello negativo: a prescindere da ciò che sia la pluralità, sopprimerla sarebbe certamente un disvalore. Così che “il pluralismo dei Cento fiori è parte integrante del sistema dei valori che si considera alla base dei sistemi politici di democrazia liberale.” (p.94). Ma presenta notevoli restrizioni, anche nella comunità scientifica così che, conclude Marconi, esso ” è di fatto invariabilmente circoscritto, e i limiti della sua applicabilità sono oggetto di un negoziato permanente.” (p.97).
Su un punto è certo: il pluralismo dei Cento fiori non è necessariamente relativistico, nel senso che non si ritiene che le alternative abbiano tutte lo stesso valore. Anche se spesso si parla di pluralismo per intendere l’equivalenza delle alternative, senza un argomento convincente, solo per intendere che non devono essere confrontate né disposte in una gerarchia di migliore e peggiore. Probabilmente per evitare esecrabili rischi di etnocentrismo.
Ma dato che il confronto oggi è inevitabile (per le distanze pressoché abolite), che fare? Marconi suggerisce di ignorare le chiacchiere multiculturali ed incentrarsi su un confronto serio fondato su conoscenze.
Solo a quel punto, ci si potrà schierare per l’equivalenza sostanziale delle società e delle culture o prendere atto delle differenze e comportarsi di conseguenza.Per cui la posizione del pluralista dell’equivalenza intesa “come rifiuto aprioristico della discussione sui meriti rispettivi delle diverse società” (p. 100) è per Marconi, “gratuita e indifendibile”, in quanto “motivata dalla paura delle conseguenze più che da ragioni filosofiche, antropologiche o di altro genere.” (ivi) Né si può ridurre la scelta tra diverse alternative (etiche, religiose ecc) a frutto di una preferenza soggettiva che così non accamperebbe “ragioni ma soltanto cause”. Questo deresponsabilizza, e non implicando alcun giudizio di valore su ciò che viene scelto, impedisce la discussione: “la riduzione di tutte le scelte a questioni di gusti equivale - precisa Marconi - alla radicale soggettivazione dell’ambito della vita pratica e alla sua sottrazione alla discussione.” (p.102). Per due motivi: liberarsi dalla responsabilità di difendere la propria posizione e di giudicare gli altri, e per un certo scetticismo di fondo che la discussione possa procedere razionalmente, di fronte ad un dissenso.E se in qualche ambito questo atteggiamento è difendibile (ci può liberare dalle guerre di religione o da altre nefandezze), diventa inaccettabile quando lo si estende a ogni questione discutibile, ingenerando una sorta di “universale soggettivismo adolescenziale (io la vedo così, tu la vedi diversamente: siamo diversi), espressione di insicurezza delle proprie opinioni e timore del confronto travestiti da filosofia “(p.104).
Comunque, a prenderlo alla lettera, anche il pluralismo dell’equivalenza, per Marconi, non è necessariamente collocabile tra i relativismi, mentre la concezione soggettivistica dei valori (qualcosa che sembra buono a qualcuno non ne fa un valore per qualcun altro) porta con sé il relativismo. Ma anche, come sviluppo naturale, il nichilismo, nel momento in cui i valori diventano preferenze, determinate da una storia causale, non da un valore intrinseco dell’oggetto a cui si rivolgono.
Il nichilismo “abolisce la dimensione morale dell’esistenza e svuota il vocabolario dell’etica” (p.118). E non è la sola via al riconoscimento della pluralità dei valori. Che ci sono e persistono talora in una sola persona. Marconi ricorda il caso di Oreste, Antigone, Amleto, il Cid, “figure di opposizioni per valori al momento vincolanti”(p.119).
Ma se filosofi come Stuart Hampshire e Isaiah Berlin tendono ad equiparare questi conflitti a quelli tra diversi sistemi morali, Marconi ne dissente, in quanto questi riguardano valori riconosciuti dagli uni, ma non dagli altri e vedono in contrapposizione persone che aderiscono a valori diversi e incompatibili, mentre i conflitti interni alla persona sono universalmente riconosciuti.
Per il relativista morale, l’umanità ha un solo corpo e le forme di vita diverse dalla nostra e i valori altrui non sono giudicabili per il fatto che non esiste un punto di vista superiore da cui giudicarli. Come il relativista epistemico non crede che ci siano metacriteri in base ai quali decidere quali criteri di verità sono quelli giusti, anche il relativista morale ritiene che le forme di vita con i sistemi morali che ne discendono, non siano oggetto di giudizio morale.
Così che entrambi, in mancanza di ragioni, predicano la tolleranza universale, peraltro considerata una contraddizione in quanto tesi assolutistica. Infatti comporta il rispetto anche dell’intolleranza e dell’indulgenza universale così che il relativismo morale risulta essere non solo una “posizione teorica difficilmente difendibile” ma “moralmente riprovevole”(p.130). Né se ne può uscire con dei distinguo non contemplati dalla sua posizione e che farebbero del relativista morale altra cosa da quello che vorrebbe essere.
Per Marconi è “certamente possibile comprendere valori diversi dai nostri, cioè capire quali forme di vita ispirano e quali comportamenti orientano e forse è anche possibile come sostiene Berlin, capire come sarebbe vivere alla luce di quei valori, specialmente, nel caso di valori che non ripugnino più di tanto alla nostra sensibilità morale” (p.136).
Né questa posizione può considerarsi relativista, chiarisce l’autore, in quanto non solo riconosce altri valori che non sono i nostri ma riesce ad integrarli in una discussione in cui quei valori vengono messi a confronto con altri. “Il rispetto astensionista predicato dai relativisti è una posizione debole e perdente, che non si riesce a sostenere a lungo perché i valori esigono di essere messi al confronto” (p.137). Ed è una posizione anche “irrispettosa” perché “equivale a prendere gli altri meno seriamente di quanto prendiamo una parte di noi stessi” (p.137).
La realtà va accettata per quello che è. Si può certo dubitare, ma, una volta accertati i fatti, bisogna trarne le conseguenze. Per il nostro bene. Non farlo sarebbe irragionevole. Eppure, si sorprende Marconi, alcuni filosofi ci spingono ad una diffidenza estrema che ci renderebbe la vita impossibile. Invece, concorda con Paul Grice, che gli scambi comunicativi sono basati tra l’altro sul presupposto che i nostri interlocutori siano sinceri e “pensino di avere buone ragioni per affermare ciò che affermano”(p.140). Anzi Marconi va oltre: “noi non supponiamo soltanto che i nostri interlocutori siano sinceri, cioè che pensino di dire la verità, ma supponiamo che siano veridici, che dicano in effetti la verità” (p.140). Come non fidarsi degli orari dei treni, dei prezzi al supermercato e così via? si chiede.
Chi diffida ad oltranza, non solo delle umili realtà quotidiane ma anche delle proposizioni scientifiche sono i nietzschiani. Secondo Marconi, per più motivi. Tre in particolare: l’atteggiamento infantile (so che molte proposizioni scientifiche sono vere, ma rivendico il diritto di prescinderne); l’atteggiamento risentito (la scienza mi fa sentire escluso e impotente); l’atteggiamento foucaultiano - ispirato a Foucault e indirettamente a Nietzsche - (la scienza mi coinvolge per opprimermi, e le asserzioni scientifiche non sono motivate da una aspirazione alla verità - peraltro mitica- ma dalla loro funzionalità al mantenimento del potere stabilito).
Già i motivi consistenti in atteggiamenti più che in argomenti fanno sì che siano “materia di psicologia più che di filosofia”(p.143). Giusto il motivo foucaultiano potrebbe essere un argomento che comunque
Marconi confuta in quanto “il coinvolgimento in operazioni di potere e di controllo sociale riguarda (eventualmente) la genesi delle proposizioni scientifiche, ma non la loro giustificazione, e quindi non tocca il loro statuto di conoscenze” (p.143).
Nei confronti delle pretese di verità non è la diffidenza nei confronti della scienza l’esempio più significativo di disagio. Maggiore è la diffidenza in campo etico e etico-religioso e quindi nei riguardi delle pretese
di verità etica e religiosa. Per più motivi. Marconi ne riporta tre: la ripercussione diretta sul comportamento (se si tratta per es. della liceità dell’aborto o delle varie forme di fecondazione assistita) e dove più facilmente troverebbe applicazione il motto nietzschiano di Vattimo, «C’è qualcuno che, in nome della verità mi vuol far fare ciò che non voglio»; l’inquietudine che suscitano perché spesso causa di violenza (persecuzioni, guerre ecc); l’opinabilità delle stesse che le fa essere oggetto di molte contestazioni. Tant’è che ben poche asserzioni sono riconosciute giustificate per cui pochi pensano di conoscere verità in questi campi. Il guaio è che in questa legittima diffidenza viene coinvolto anche il concetto di verità in quanto tale. “Che non è rinunciabile - ribadisce Marconi - e anche le forme più convincenti di relativismo non riescono a indurci a farne a meno” (p.146). Tanto meno “il relativismo scettico” rilanciato nel 2006 sul «Sole 24 ore» da T. Gregory, “quale premessa di tolleranza e di pace” (p.145). “Per essere tolleranti - ribatte Marconi - non c’è bisogno di pensare che la verità non esista o che la conoscenza sia impossibile: basta ricordare quali sono stati i frutti dell’intolleranza” (p.146). E qui sottolinea il valore delle argomentazioni, unico mezzo legittimo di confronto e “che vanno prese sempre al loro valore facciale: se sono cattive argomentazioni vanno respinte perché sono cattive; se sono buone, vanno accolte quali che siano le ragioni profonde e nascoste che hanno indotto a metterle in campo” (p 147).
Quelle addotte da Marconi, in chiara puntuta serie, per far chiarezza in quest’ambito del vivave dibattito pubblico, e a favore della sua tesi realista, a noi sembrano ottime

inserito dalla segreteria il 25 November 2008

risultati

: Gazzetta di Modena, 24 novembre 2008

inserito dalla segreteria il 24 November 2008

rassegna stampa

: l’informazione, 19 novembre 2008

inserito dalla segreteria il 19 November 2008

rassegna stampa

: Il resto del Carlino, 18 novembre 2008

inserito dalla segreteria il 18 November 2008

rassegna stampa

: Gazzetta di Modena, 18 novembre 2008

 

inserito dalla segreteria il 18 November 2008

rassegna stampa

: Cerimonia di premiazione per la quarta edizione del Premio Alessandro Tassoni

 

 

Comunicato n.6/2008
Modena, 5 novembre 2008

La cerimonia di premiazione che conclude  la quarta edizione del Premio Alessandro Tassoni
avverrà a Modena, Giovedì, 20 novembre, alle ore 20,30, nell’Auditorium Marco Biagi, in viale Storchi, n.2.
Saranno premiati: Paolo Ruffilli per Le stanze del cielo , Marsilio 2008 (poesia); Adriana Zarri  per Vita e morte senza miracoli di Celestino VI , Diabasis 2008 (narrativa); Giorgio Celli per La zattera di Vesalio e altri drammi, Tre Lune 2007 (Teatro); Diego Marconi, Per la verità, Einaudi 2007 (Saggistica).
Per la sezione B, premio honoris causa (premio alla carriera):  Gherardo Colombo, già integerrimo magistrato (per 33 anni), legato ai maggiori processi della seconda metà del Novecento, oggi impegnato nell’editoria quale vice presidente della Garzanti, ma soprattutto in un’intensa opera di divulgazione della Costituzione italiana e delle sue validissime regole, tese alla costruzione di una società orizzontale che abbia il suo fulcro nel rispetto umano.
La serata, condotta dal giornalista e operatore culturale Francesco Zarzana,  sarà scandita dalle mazurke di Francisco Tarrega  per la chitarra classica del musicista Roberto Melangola, dalla poesia del Tassoni ad opera di Nadia Cavalera, e da letture di brani dalle opere vincitrici eseguite da Alessandra Serafini, che sostituisce Daniela Fini, assente per un imprevisto.
Per il pubblico (che dovrà conservare il foglio di sala distribuito all’ingresso), come lo scorso anno,  un volume de La secchia rapita di Alessandro Tassoni nelle puntuale edizione critica di Pietro Puliatti, edita da Franco Cosimo Panini, sponsor dell’iniziativa, con i ristoranti Al Cenacolo e Il Pepperoncino. Fattiva la collaborazione avviata di recente con l’associazione Modenamoremio.
Per il 17 novembre, alle ore 10,45, conferenza stampa presso la Provincia di Modena.

La giuria tecnica, composta da  Nadia Cavalera, Adriana Chemello, Gianni Cascone, Franco Nasi, Francesco Muzzioli, Franca Rame (honoris causa 2007) e Giorgio Barberi Squarotti (presidente onorario),  si è avvalsa quest’anno per la scelta del libro di poesia di una Giuria popolare, composta da 15 gruppi di lettura per un totale di 43 componenti: Adriana Rizzo, Alessandra Serafini, Alessandro Violi, Anna De Maria, Anna Riccardi, Annalisa Sezzi, Antonella Spagni, Antonio Dragone, Antonio Piccinno, Arianna De Micheli, Attilio Palladino, Augusto Arienti, Barbara Zanfi, Chiara Berselli, Daniela Fontanazzi, Donatella Gallo, Elena Borelli, Fabio Massimo Pozzi, Floriana Farina, Gabriella Borelli, Gabriella Ferrari, Giuseppe Mollace, Giuseppe Perrino, Gloria Cardone, Ida Brandani, Lucia Tinti, Jessica Bertoni, Katia Losanno, Loris Nocetti, Maria Giulia Vecchi, Paola Sarani, Patrizia Pollacci, Rosaria Scarpaci, Rosario Arcuri, Sandro Losagni, Serena Ballista, Stefano Marchetti, Teresa Breschi, Valentina Beltrame, Valeria Ballotti, Valeria Selmi, Veronica Rivi, Vincenzo Marino.

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AUDITORIUM MARCO BIAGI
viale Storchi, 2 – Modena
tel. 059/2056745-6742

inserito dalla segreteria il 5 November 2008

comunicati stampa

: Tutti i vincitori della quarta edizione

Comunicato n.5/2008
Modena, 15 settembre 2008

LE STANZE DEL CIELO di Paolo Ruffilli vince in poesia
Tutti i vincitori della quarta edizione:
Adriana Zarri - Giorgio Celli - Diego Marconi
Gherardo Colombo

I componenti dei Gruppi di Lettura

I Gruppi di lettura (43 componenti) della quarta edizione del Premio Alessandro Tassoni, hanno finalmente espresso le loro preferenze tra Paolo Gentiluomo, La ragion totale, Zona; Daniele Gorret, Crocefissi, Tratti - Mobydick; Paolo Ruffilli, Le stanze del ciel, Marsilio, i tre libri proposti loro dalla Giuria tecnica (Giorgio Barberi Squarotti, Nadia Cavalera, Franca Rame , Adriana Chemello, Gianni Cascone, Franco Nasi, Francesco Muzzioli,)
L’acquisizione dei voti è avvenuta tramite e.mail per garantire la massima trasparenza..
Le stanze del cielo di Paolo Ruffilli, edito da Marsilio, una raccolta ruotante sulla mancanza di libertà, è il vincitore 2008 della sezione poesia, con 24 voti, seguito da Crocefissi di Daniele Gorret, che ha totalizzato 18 voti, mentre La ragion totale di Paolo Gentiluomo, un testo molto sperimentale, ha avuto un solo voto.
Gli altri vincitori della sezione A del Premio Tassoni 2008 sono: Adriana Zarri , Vita e morte senza miracoli di Celestino VI (Diabasis); Giorgio Celli, La zattera di Vesalio e altri drammi, (Tre Lune); Diego Marconi, Per la verità (Einaudi).
Per la sezione B (honoris causa) Gherardo Colombo, già magistrato, cultore della memoria sul sistema della corruzione in Italia e apostolo di legalità con corsi ovunque. Recente il testo “Sulle regole”, edito da Feltrinelli.
La cerimonia di premiazione è prevista per il 20 novembre, alle ore 20,30, all’Auditorium della Fondazione Marco Biagi, che da quest’anno si associa agli altri enti nel patrocinare l’iniziativa.

Il Premio Alessandro Tassoni, alla sua quarta edizione, è curato dall’Associazione Culturale Le Avanguardie e dalla rivista Bollettario, col contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, in collaborazione con gli Assessorati alla Cultura del Comune e della Provincia di Modena, e con la Biblioteca Estense Universitaria. Ha il patrocinio della Regione Emilia Romagna e dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia - Facoltà di Lettere e Filosofia - e della Fondazione Marco Biagi. Gode inoltre dello sponsor della casa editrice Franco Cosimo Panini.

Tutti i libri partecipanti al Premio sono disponibili presso la Biblioteca Estense Universitaria, che ha allestito una vetrina ad hoc e dal 20 al 27 novembre curerà una mostra su Alessandro Tassoni.

LA GIURIA DEI 15 GRUPPI di LETTURA ( 43 COMPONENTI tra studenti, docenti, impiegati, dirigenti, liberi professionisti, giornalisti, disoccupati)
Adriana Rizzo, Alessandra Serafini, Alessandro Violi, Anna De Maria, Anna Riccardi, Annalisa Sezzi, Antonella Spagni, Antonio Dragone, Antonio Piccinno, Arianna De Micheli, Attilio Palladino, Augusto Arienti, Barbara Zanfi, Chiara Berselli, Daniela Fontanazzi, Donatella Gallo, Elena Borelli, Fabio Massimo Pozzi, Floriana Farina, Gabriella Borelli, Gabriella Ferrari, Giuseppe Mollace, Giuseppe Perrino, Gloria Cardone, Ida Brandani, Lucia Tinti, Jessica Bertoni, Katia Losanno, Loris Nocetti, Maria Giulia Vecchi, Paola Sarani, Patrizia Pollacci, Rosaria Scarpaci, Rosario Arcuri, Sandro Losagni, Serena Ballista, Stefano Marchetti, Teresa Breschi, Valentina Beltrame, Valeria Ballotti, Valeria Selmi, Veronica Rivi, Vincenzo Marino.

PREMIO ALESSANDRO TASSONI 2008

Notizie bio-bibliografiche sugli autori

Schede editoriali dei libri vincitori

SEZIONE B – HONORIS CAUSA –

Gherardo Colombo, magistrato italiano, attualmente ritiratosi dal servizio, divenuto famoso per aver condotto o contribuito a inchieste celebri quali la scoperta della Loggia P2, il delitto Giorgio Ambrosoli, Mani pulite, i processi Imi-Sir/Lodo Mondadori/Sme. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive all’Università Cattolica di Milano, presso la quale si laurea in Giurisprudenza nel 1969. Nel 1974 - dopo aver lavorato per la RAS come supervisore - entra in Magistratura e, dal 1975 al 1978, opera in qualità di Giudice nelle udienze della VII sezione penale della Corte di Milano. Dal 1978 al 1989 è Giudice Istruttore e, dal 1987 al 1989, fa parte della commissione che esamina i materiali riguardanti importanti processi contro il crimine organizzato; l’analisi di tali procedimenti si situa all’interno della riforma del Codice di Procedura Penale da parte del Ministero di Grazia e Giustizia. Dal 1987 al 1990 partecipa in qualità di osservatore - per conto della Società Internazionale di Difesa Sociale - alla commissione di esperti per la cooperazione internazionale nella ricerca e nella confisca dei profitti illeciti. Dal 1989 al 1992 è consulente per la Commissione Parlamentare di Inchiesta sul terrorismo in Italia, e nel 1993 è consulente per la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla mafia. Dal 1989 è Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Milano. Fondamentale il suo contributo alle indagini e ai processi nell’ambito dell’operazione Mani Pulite. Nel marzo del 2005 è stato nominato Consigliere presso la Corte di Cassazione. A metà febbraio del 2007, in casuale coincidenza dello scadere del 15° anno dall’inizio dell’inchiesta Mani Pulite, comunica le sue dimissioni da magistrato con lettera al Consiglio Superiore della Magistratura ed al Ministero della Giustizia. Tra le sue ultime pubblicazioni La legislazione antimafia, raccolta di leggi antimafia,Giuffrè (1994); Il vizio della memoria, Feltrinelli (1996); Ameni inganni, Garzanti (2001); Sulle regole, Feltrinelli (2008).

SEZIONE A NARRATIVA

Adriana Zarri, nata nel 1919 a S. Lazzaro di Savena, nella campagna emiliana, ha fatto le scuole classiche a Bologna e si è data ben presto a studi teologici. Assai giovane ha cominciato a collaborare a giornali e riviste; è stata presente in quasi tutte le testate di quotidiani e periodici cattolici - dall’ Osservatore Romano a Studium, Politica, Sette giorni, Il Regno, Concilium, Servitium - e ha collaborato pure ad alcune testate laiche, soprattutto a Il Manifesto, con la sua rubrica domenicale intitolata Parabole. È stata presente e attiva nell’Associazione teologica italiana. Almeno dal 1970 ha scelto di vivere in un casale (nelle campagne di Albiano, non lontano da Ivrea) e di seguire uno stile di vita monastico.

Vita e morte senza miracoli di Celestino VI, Diabasis
Un conclave dei nostri giorni. Aspro e combattuto. Uno dei cardinali elettori, d’improvviso, propone di eleggere un piccolo parroco dall’animo grande. Il miracolo infine accade. L’eletto assume il nome di Celestino VI, in memoria dell’altro Celestino, quello del gran rifiuto dantesco. Il racconto esplora il terreno delle innovazioni, delle decisioni rischiose, delle difficoltà e delle lotte che l’elezione di un papa povero e non convenzionale inevitabilmente aprirebbe. Celestino VI è il suo papa, il papa come lei lo vorrebbe, gatto compreso, che, guarda caso, si chiama Lutero. Anche il nostro Celestino sarà tentato dal gran rifiuto, il ritorno cioè alla pace della sua parrocchia. A questo punto il racconto apre e svolge due possibilità: la rinuncia, appunto, oppure l’accettazione dell’arduo cammino cui il protagonista è stato chiamato.

SEZIONE A TEATRO

Giorgio Celli è nato a Verona nel 1935. E’ scrittore prolifico, attore, conduttore televisivo e professore universitario. Ha avuto anche incarichi politici come parlamentare europero e consigliere comunale dei Verdi a Bologna, dove vive. Ha diretto l’Istituto di entomologia Guido Grandi dell’Università di Bologna. Ha studiato le api sia sul versante della ricerca ecologica, come possibili indicatrici del livello di inquinamento da pesticidi e da piombo, sia sul versante etologico, approfondendo alcuni aspetti della loro percezione visiva e delle loro capacità di apprendimento. Come ecologo ha dedicato il suo interesse sull’ecologia degli agrosistemi, interessandosi ai metodi di contenimento biologico delle popolazioni di insetti nocivi e ai fenomeni di parassitismo uni-\pluricellulari. In questo contesto ha creato un centro, unico in Italia, nella quale vengono prodotti insetti utili alla lotta biologica ai fitofagi e due centri di ecologia applicata che si occupano del controllo delle popolazioni di zanzare nelle zone umide e paludose.

La zattera di Vesalio e altri drammi, Tre lune
La zattera di Vesalio, una apocalisse per l’Europa, poema drammatico « per musica », ha un referente storico, il naufragio della Medusa, che vide i sopravvissuti di una nave da guerra divorarsi a vicenda su una zattera, e una invenzione epico-fantastica, l’incontro, su questa zattera, di due personaggi reali, ma storicamente lontani, che vengono fatti confliggere: Vesalio di Brussel, il grande anatomista del cinquecento, e la sua grottesca, ma rivelatrice, parodia, Peter Kurten, lo squartatore di Dùsseldorf, giustiziato poco prima dell’avvento dei nazisti al potere. Vesalio e Kurten, lo scienziato e il mostro, sono figure apparentemente antitetiche, incarnano due presunte irriducibili polarità, ma la loro similarità è profonda e in-sopprimibile, necrofilia e sadismo sono le due facce di una stessa medaglia rovente. Si scopre, cioè, che Vesalio pugnalava l’uomo vivo nel cadavere, mentre Kurten scopriva il cadavere nell’uomo vivo, e che scienziato e mostro, anatomista e macellaio officiavano lo stesso rito oscuro e solitario. Il cannibalismo, cui i naufraghi sono costretti dalla fame a ricorrere, è il test esemplare che fa esplodere l’identità Vesalio/Kurten, che la rende tangibile e visibile. Perché la violenza, sia pure gestita come atto di liberazione in cui si esercita, manifesta la sua impossibilità di andare al di là del delitto che vuole « trascendere » o « punire » e si rivela come l’inferno circolare dell’occidente

SEZIONE A SAGGISTICA

Diego Marconi, nato nel 1947, è Professore Ordinario di Filosofia del Linguaggio all’Università di Torino. Noto per i suoi contributi sul pensiero di Wittgenstein, è stato tra i primi in Italia a promuovere la collaborazione dei filosofi con informatici e scienziati cognitivi. In questo campo ha presentato diversi risultati, specie riguardo al problema dell’analisi del linguaggio.Su questi temi ha pubblicato Lexical Competence (MIT Press, 1997) e Filosofia e scienza cognitiva (Laterza, 2000). Ha curato con Maurizio Ferraris la nuova edizione della Enciclopedia filosofica Garzanti ed è stato presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica.

Per la verità, Einaudi
In questi ultimi anni, il dibattito pubblico si è occupato di verità e relativismo: alcuni hanno sostenuto che solo un sano relativismo permette di evitare l’intolleranza e di mettere un freno alle pretese oppressive del fondamentalismo, altri hanno rivendicato i diritti della verità e messo in guardia contro la deriva nichilista del relativismo. Due fatti politici di grande portata hanno condotto a questo: da un lato l’esplosione di aggressività antioccidentale di frange del mondo islamico; dall’altro la forte influenza degli ambienti religiosi piú reazionari. Questi fatti hanno innescato una discussione non proprio serena, in cui i partigiani della verità venivano fatti passare per fondamentalisti se non per terroristi, e i sostenitori del relativismo venivano a loro volta accusati di essere complici del terrorismo. Diego Marconi prova a leggere questo dibattito alla luce della riflessione filosofica sul concetto di verità - di cui si è a lungo occupato - nel tentativo di fare ordine e di chiarire aspetti che le frettolose semplificazioni dei giornali tendono a dimenticare. Nella convinzione che, laddove i filosofi abbiano una effettiva competenza - ed è il caso dei problemi della verità e del relativismo - il loro intervento possa fare qualche differenza per la percezione pubblica di problemi di un certo rilievo

SEZIONE A POESIA

Paolo Ruffilli è nato nel 1949. Ha pubblicato alcune raccolte di versi, tra le quali Piccola colazione (1987), che ha ottenuto l’American Poetry Prize, Diario di Normandia (1990, Premio Montale), Camera oscura (1992), Nuvole (1995) e La gioia e il lutto (2001, Prix Européen) e i racconti di Preparativi per la partenza (2003, Premio delle Donne). È autore di una Vita di Ippolito Nievo (1991) e di Vita, amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (1993). È curatore di edizioni delle Operette morali di Leopardi, della traduzione foscoliana del Viaggio sentimentale di Sterne, delle Confessioni d’un italiano di Nievo, di un’antologia di Scrittori garibaldini. Ha tradotto Gibran, Tagore, i Metafisici inglesi e la Regola
celeste del Tao.

Le stanze del cielo, Marsilio
In questo nuovo libro Paolo Ruffilli conduce il lettore
in due territori a dir poco inconsueti per la poesia: lo spazio
concentrazionario «esterno» della prigione e quello «interno»
della tossicodipendenza, in entrambi i casi dietro
all’ossessione della perdita della libertà
A Ruffilli poeta interessano tutti gli aspetti della vita e in particolare quelli segnati dalla sofferenza e dal male. E, per misurarsi con il Male, usa i suoi mezzi di sempre: il passo felpato e breve, un partecipe distacco, la cantabilità sommessa e antilirica. Soprattutto non si lascia condizionare dall’apparenza dei fatti, perché la realtà è sempre diversa da quello che appare, anche dentro le celle di un carcere e nella tirannica schiavitù della droga. Meno che mai si arrende di fronte all’ipocrisia, alle paure e all’«odio infinito» che la società riversa sui suoi sciagurati.
Il procurare il male degli altri e il proprio, dentro l’enigma della vita, va considerato con più dubbi e meno certezze, al di là o dentro la necessità di amministrare la giustizia e di far rispettare la legge. Ruffilli, istintivamente, mette sempre in rapporto ciò a cui dà voce con il contesto sociale in cui si muove e parla. E può darsi che sia l’effetto dell’inclinazione narrativa sulla sua vocazione di poeta. Ma è un fatto che, fuori da qualsiasi volontarismo, la sua poesia è sempre anche «civile».

inserito dalla segreteria il 15 September 2008

comunicati stampa

: Gazzetta di Modena, 15 settembre 2008

  1. Il Tassoni va a Ruffilli con Le stanze del cielo
    …lettura della quarta edizione del Premio Alessandro Tassoni, hanno espresso le loro preferenze…patrocinare l’iniziativa. Il Premio Alessandro Tassoni, alla sua quarta edizione…Tutti libri partecipanti al Premio sono disponibili presso la Biblioteca…
    — 15 settembre 2008 —   pagina 14 —   sezione: CULTURA E SPETTACOLI
inserito dalla segreteria il 15 September 2008

rassegna stampa

: Gazzetta di Modena, 13 luglio 2008

  1. Anche Celli e Colombo tra i vincitori del premio Tassoni

    …vincitori per la quarta edizione del premio di poesia, narrativa, letteratura…teatro, saggistica intitolato ad Alessandro Tassoni. La Giuria composta da Nadia Cavalera…Edizioni); per la saggistica, il premio Tassoni andrà a Diego Marconi con «Per la verità…

inserito dalla segreteria il 13 July 2008

rassegna stampa

: Premio Alessandro Tassoni 2008: I vincitori della quarta edizione

 


Comunicato n. 4/2008
Modena, 18 giugno 2008

I VINCITORI DELLA QUARTA EDIZIONE

ATTESA PER LA POESIA

Si sono appena conclusi i lavori della Quarta Edizione del Premio Alessandro Tassoni.

Partendo dai semifinalisti, già pubblicizzati nel comunicato n.3, la Giuria (Nadia Cavalera, Adriana Chemello, Gianni Cascone, Franco Nasi, Francesco Muzzioli, Franca Rame), tramite più consultazioni e votazioni, è passata ad individuare, per la Sezione A, prima i finalisti e poi i vincitori di Narrativa, Teatro e Saggistica. Che sono, rispettivamente: Adriana Zarri con Vita e morte senza miracoli di Celestino VI (Diabasis); Giorgio Celli con La zattera di Vesalio e altri drammi, (Tre Lune); Diego Marconi con Per la verità (Einaudi).

Quanto alla Poesia, la Giuria tecnica si è limitata a segnalare solo tre finalisti: Paolo Gentiluomo con La ragion totale (Zona); Daniele Gorret con Crocefissi, (Tratti - Mobydick); Paolo Ruffilli con Le stanze del cielo (Marsilio).

Come per lo scorso anno, anche per l’Edizione 2008, sarà, a settembre, la Giuria dei 15 Gruppi di Lettura (docenti, impiegati, studenti, liberi professionisti, operatori culturali), a stabilire, coi propri voti, il vincitore.
Per la Sezione B il personaggio scelto per il premio Honoris causa 2008 è Gherardo Colombo, già magistrato integerrimo, impegnato ora, in Italia e all’estero, con corsi sulla legalità (tema fondamentale dei nostri giorni), e autore di significativi saggi sulla giustizia, tra cui il recente Sulle regole, edito da Feltrinelli.

La cerimonia di premiazione rimane fissata per novembre, in data e luogo che verranno prontamente comunicati.

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SEZIONE B - Honoris causa -
Gherardo Colombo

SEZIONE A - Narrativa -
FINALISTI
Adriana Zarri, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI (Diabasis)
Gabriella Ghermandi, Regina di fiori e di perle (Donzelli)
AA.VV. Raimo Christian (a cura) Il corpo e il sangue d’Italia (Minimum fax)
VINCITORE
Adriana Zarri, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI , Diabasis
SEZIONE A – Teatro -
FINALISTI:
Giorgio Celli , La zattera di Vesalio e altri drammi,Tre Lune

Tiziano Scarpa, Comuni mortali, Effigie
Emma Dante, Carnezzeria, Fazi
VINCITORE
Giorgio Celli , La zattera di Vesalio e altri drammi, Tre Lune

SEZIONE A – Saggistica -
FINALISTI
Diego Marconi, Per la verità, Einaudi
Pietro Trifone, Malalingua, il Mulino
Musetti-Lampariello-Rossi-Nanut, Donne di frontiera II, Il Ramo d’oro
VINCITORE
Diego Marconi, Per la verità, Einaudi

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SEZIONE A – Poesia –
FINALISTI
Paolo Gentiluomo, La ragion totale, Zona
Daniele Gorret, Crocefissi, Tratti - MobyDick
Paolo Ruffilli, Le stanze del cielo, Marsilio

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PREMIO ALESSANDRO TASSONI 2008
Notizie bio-bibliografiche sugli autori
Schede editoriali dei libri vincitori
SEZIONE B – HONORIS CAUSA
Gherardo Colombo, magistrato italiano, attualmente ritiratosi dal servizio, divenuto famoso per aver condotto o contribuito a inchieste celebri quali la scoperta della Loggia P2, il delitto Giorgio Ambrosoli, Mani pulite, i processi Imi-Sir/Lodo Mondadori/Sme. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive all’Università Cattolica di Milano, presso la quale si laurea in Giurisprudenza nel 1969. Nel 1974 - dopo aver lavorato per la RAS come supervisore - entra in Magistratura e, dal 1975 al 1978, opera in qualità di Giudice nelle udienze della VII sezione penale della Corte di Milano. Dal 1978 al 1989 è Giudice Istruttore e, dal 1987 al 1989, fa parte della commissione che esamina i materiali riguardanti importanti processi contro il crimine organizzato; l’analisi di tali procedimenti si situa all’interno della riforma del Codice di Procedura Penale da parte del Ministero di Grazia e Giustizia. Dal 1987 al 1990 partecipa in qualità di osservatore - per conto della Società Internazionale di Difesa Sociale - alla commissione di esperti per la cooperazione internazionale nella ricerca e nella confisca dei profitti illeciti. Dal 1989 al 1992 è consulente per la Commissione Parlamentare di Inchiesta sul terrorismo in Italia, e nel 1993 è consulente per la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla mafia. Dal 1989 è Pubblico Ministero presso la Procura della Repubblica di Milano. Fondamentale il suo contributo alle indagini e ai processi nell’ambito dell’operazione Mani Pulite. Nel marzo del 2005 è stato nominato Consigliere presso la Corte di Cassazione. A metà febbraio del 2007, in casuale coincidenza dello scadere del 15° anno dall’inizio dell’inchiesta Mani Pulite, comunica le sue dimissioni da magistrato con lettera al Consiglio Superiore della Magistratura ed al Ministero della Giustizia. Tra le sue ultime pubblicazioni La legislazione antimafia, raccolta di leggi antimafia,Giuffrè (1994); Il vizio della memoria, Feltrinelli (1996); Ameni inganni, Garzanti (2001); Sulle regole, Feltrinelli (2008).
SEZIONE A NARRATIVA
Adriana Zarri, nata nel 1919 a S. Lazzaro di Savena, nella campagna emiliana, ha fatto le scuole classiche a Bologna e si è data ben presto a studi teologici. Assai giovane ha cominciato a collaborare a giornali e riviste; è stata presente in quasi tutte le testate di quotidiani e periodici cattolici - dall’ Osservatore Romano a Studium, Politica, Sette giorni, Il Regno, Concilium, Servitium - e ha collaborato pure ad alcune testate laiche, soprattutto a Il Manifesto, con la sua rubrica domenicale intitolata Parabole. È stata presente e attiva nell’Associazione teologica italiana. Almeno dal 1970 ha scelto di vivere in un casale (nelle campagne di Albiano, non lontano da Ivrea) e di seguire uno stile di vita monastico.
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Vita e morte senza miracoli di Celestino VI
, Diabasis
Un conclave dei nostri giorni. Aspro e combattuto. Uno dei cardinali elettori, d’improvviso, propone di eleggere un piccolo parroco dall’animo grande. Il miracolo infine accade. L’eletto assume il nome di Celestino VI, in memoria dell’altro Celestino, quello del gran rifiuto dantesco. Il racconto esplora il terreno delle innovazioni, delle decisioni rischiose, delle difficoltà e delle lotte che l’elezione di un papa povero e non convenzionale inevitabilmente aprirebbe. Celestino VI è il suo papa, il papa come lei lo vorrebbe, gatto compreso, che, guarda caso, si chiama Lutero. Anche il nostro Celestino sarà tentato dal gran rifiuto, il ritorno cioè alla pace della sua parrocchia. A questo punto il racconto apre e svolge due possibilità: la rinuncia, appunto, oppure l’accettazione dell’arduo cammino cui il protagonista è stato chiamato.
SEZIONE A TEATRO
Giorgio Celli è nato a Verona nel 1935. E’ scrittore prolifico, attore, conduttore televisivo e professore universitario. Ha avuto anche incarichi politici come parlamentare europero e consigliere comunale dei Verdi a Bologna, dove vive. Ha diretto l’Istituto di entomologia Guido Grandi dell’Università di Bologna. Ha studiato le api sia sul versante della ricerca ecologica, come possibili indicatrici del livello di inquinamento da pesticidi e da piombo, sia sul versante etologico, approfondendo alcuni aspetti della loro percezione visiva e delle loro capacità di apprendimento. Come ecologo ha dedicato il suo interesse sull’ecologia degli agrosistemi, interessandosi ai metodi di contenimento biologico delle popolazioni di insetti nocivi e ai fenomeni di parassitismo uni-\pluricellulari. In questo contesto ha creato un centro, unico in Italia, nella quale vengono prodotti insetti utili alla lotta biologica ai fitofagi e due centri di ecologia applicata che si occupano del controllo delle popolazioni di zanzare nelle zone umide e paludose.
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La zattera di Vesalio e altri drammi, Tre lune
La zattera di Vesalio, una apocalisse per l’Europa, poema drammatico « per musica », ha un referente storico, il naufragio della Medusa, che vide i sopravvissuti di una nave da guerra divorarsi a vicenda su una zattera, e una invenzione epico-fantastica, l’incontro, su questa zattera, di due personaggi reali, ma storicamente lontani, che vengono fatti confliggere: Vesalio di Brussel, il grande anatomista del cinquecento, e la sua grottesca, ma rivelatrice, parodia, Peter Kurten, lo squartatore di Dùsseldorf, giustiziato poco prima dell’avvento dei nazisti al potere. Vesalio e Kurten, lo scienziato e il mostro, sono figure apparentemente antitetiche, incarnano due presunte irriducibili polarità, ma la loro similarità è profonda e in-sopprimibile, necrofilia e sadismo sono le due facce di una stessa medaglia rovente. Si scopre, cioè, che Vesalio pugnalava l’uomo vivo nel cadavere, mentre Kurten scopriva il cadavere nell’uomo vivo, e che scienziato e mostro, anatomista e macellaio officiavano lo stesso rito oscuro e solitario. Il cannibalismo, cui i naufraghi sono costretti dalla fame a ricorrere, è il test esemplare che fa esplodere l’identità Vesalio/Kurten, che la rende tangibile e visibile. Perché la violenza, sia pure gestita come atto di liberazione in cui si esercita, manifesta la sua impossibilità di andare al di là del delitto che vuole « trascendere » o « punire » e si rivela come l’inferno circolare dell’occidente
SEZIONE A SAGGISTICA
Diego Marconi, nato nel 1947, è Professore Ordinario di Filosofia del Linguaggio all’Università di Torino. Noto per i suoi contributi sul pensiero di Wittgenstein, è stato tra i primi in Italia a promuovere la collaborazione dei filosofi con informatici e scienziati cognitivi. In questo campo ha presentato diversi risultati, specie riguardo al problema dell’analisi del linguaggio.Su questi temi ha pubblicato Lexical Competence (MIT Press, 1997) e Filosofia e scienza cognitiva (Laterza, 2000). Ha curato con Maurizio Ferraris la nuova edizione della Enciclopedia filosofica Garzanti ed è stato presidente della Società Italiana di Filosofia Analitica.

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Per la verità, Einaudi
In questi ultimi anni, il dibattito pubblico si è occupato di verità e relativismo: alcuni hanno sostenuto che solo un sano relativismo permette di evitare l’intolleranza e di mettere un freno alle pretese oppressive del fondamentalismo, altri hanno rivendicato i diritti della verità e messo in guardia contro la deriva nichilista del relativismo. Due fatti politici di grande portata hanno condotto a questo: da un lato l’esplosione di aggressività antioccidentale di frange del mondo islamico; dall’altro la forte influenza degli ambienti religiosi piú reazionari. Questi fatti hanno innescato una discussione non proprio serena, in cui i partigiani della verità venivano fatti passare per fondamentalisti se non per terroristi, e i sostenitori del relativismo venivano a loro volta accusati di essere complici del terrorismo. Diego Marconi prova a leggere questo dibattito alla luce della riflessione filosofica sul concetto di verità - di cui si è a lungo occupato - nel tentativo di fare ordine e di chiarire aspetti che le frettolose semplificazioni dei giornali tendono a dimenticare. Nella convinzione che, laddove i filosofi abbiano una effettiva competenza - ed è il caso dei problemi della verità e del relativismo - il loro intervento possa fare qualche differenza per la percezione pubblica di problemi di un certo rilievo.

inserito dalla segreteria il 18 June 2008

comunicati stampa

: PREMIO ALESSANDRO TASSONI 2008: Selezionati e Semifinalisti

Comunicato n. 3/2008
Modena, 21 maggio 2008

PREMIO ALESSANDRO TASSONI 2008: SELEZIONATI e SEMIFINALISTI

Prima selezione e scelta dei semifinalisti nell’ambito della quarta edizione del Premio Alessandro Tassoni, organizzato dall’Associazione culturale Le Avanguardie, col sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, in collaborazione con gli Assessorati alla Cultura del Comune di Modena,  della Provincia di Modena e con la Biblioteca Estense Universitaria. Patrocinio della Regione Emila – Romagna e dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Sponsor l’editore Franco Cosimo Panini.

I volumi pervenuti sono stati 206, di cui  36 giudicati non idonei alla selezione per inadempienze varie rispetto al regolamento (mancanza del mese di edizione o dei dati dell’autore, edizione fuori tempo previsto, invio tardivo).
La Giuria del Premio, composta da Gianni Cascone (scrittore e operatore culturale), Nadia Cavalera (scrittrice, presidente del Premio), Adriana Chemello (Università di Padova), Francesco Muzzioli (scrittore, Università La Sapienzadi Roma), Franco Nasi (Università di Modena e Reggio Emilia),  Franca Rame (scrittrice, attrice), dopo essersi consultata, ha attuato una prima difficile scelta tra i 170 libri ammessi alla quarta edizione del Premio. Sono stati tenuti presenti soprattutto i criteri di innovazione, l’impegno civile e politico, e/o la validità potenziale “per la costruzione di un mondo più giusto e democratico” (come da Regolamento).

19 i libri selezionati in poesia, 15 in narrativa, 4 in teatro, 10 in saggistica¸. Per ogni sezione, tranne il Teatro (3),  6 sono i libri semifinalisti.

Nel prosieguo dei lavori che contemplano l’individuazione di tre finalisti per sezione (2 per il teatro) e poi di un unico vincitore, la  Giuria tecnica, al fine di  poter mettere quanto prima a disposizione della Giuria popolare i libri scelti,  è passata subito a stabilire i tre finalisti di poesia, i cui nominativi saranno resi noti, a breve,  congiuntamente agli altri, tra cui il premiato honoris causa, già deciso.
La  Giuria popolare, che stabilirà il vincitore in poesia, quest’anno, è stata  ampliata da 15 componenti a  15 gruppi di lettura, variamente costituiti (studenti, impiegati, docenti, liberi professionisti, operatori culturali).

I libri partecipanti al Premio Alessandro Tassoni sono disponibili per il prestito presso la Biblioteca Estense Universitaria, che ha allestito una vetrina ad hoc, per una  mostra in continuo rinnovo.
La cerimonia di premiazione rimane fissata per novembre.

 

SEZIONE A - LIBRI SELEZIONATI

POESIA
AAVV,  12 poetesse italiane, Nuova Editrice Magenta, Varese;
Carla Maria Baroni, Canti d’amore e di lotta,  Lietocolle, Faloppio (Como);
Franco Buffoni, Noi e loro,  Donzelli, Roma;
Maria Grazia Calandrone, La macchina responsabile,  Crocetti, Milano;
Carla Combatti, Aracnidi pazienti, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza;
Agostino Conto’ , Pin Pin, Campanotto, Pasian Di Prato (Udine);
Roberto Dall’Olio, La storia insegna, Pendragon, Bologna;
Renzo Favaron, Al limite del paese fertile, Book, Castel Maggiore (Bologna);
Sonia Gentili, L’impero e la Gorgone, Giulio Perrone, Roma;
Paolo Gentiluomo, La ragion totale, Zona, Civitella in Val di Chiana (Arezzo);
Daniele Gorret, Crocefissi,  Tratti - Moby Dick, Faenza;
Vito Moretti, Di ogni cosa detta,  Tracce, Pescara;
Francesco Nappo, Poesie,  QuodLibet, Macerata;
Gabriele Pepe, L’ordine bisbetico del Caos, Lietocolle, Faloppio (Como);
Valentino Ronchi , Canzoni di bella vita, Lampi di Stampa, Milano;
Mario Rondi, Il bosco delle fate,  Manni, San Cesario di Lecce (Lecce);
Paolo Ruffilli, Le stanze del cielo, Marsilio, Venezia;
Stevka Smitran, Dall’Impero, Lietocolle, Faloppio (Como)
Sergio Zuccaro, Date, Campanotto, Pasian Di Prato (Udine).

NARRATIVA
 AAVV, Finocchi Daniela – a cura di, Lingua madre 2007 - Racconti di donne straniere in Italia, Seb 27, Torino;
AAVV, Raimo Christian – a cura di, Il corpo e il sangue d’Italia,  Minimum Fax, Roma;
Marco Baliani, La metà di Sophia, Rizzoli, Milano;
Franco Buffoni, Reperto 74 e altri racconti Zona, Civitella in Val di Chiana (Arezzo);
Andrea Carraro, Il sorcio, Gaffi, Besana in Brianza;
Luigi Combariati, Il cammino di Hadas Viaggio nella memoria, Robin, Roma;
Luigi Damasco, Vento indio,  Il Filo, Roma;

Gabriella Ghermandi, Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma;
Milena Magnani, Il circo capovolto, Feltrinelli, Milano;
Cristina Masciola, Razza bastarda, Fanucci Editore, Roma;
Sergio Nazzaro, Io per fortuna c’ho la camorra, Fazi, Roma
Paolo Nori, La vergogna delle scarpe nuove, Bompiani, Milano;
Senel Paz, Nel cielo con diamanti,  Giunti, Milano;
Carla Sanguineti, Le nostre memorie proibite,  Cisu, Roma;
Adriana Zarri, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI,  Diabasis, Reggio Emilia.

TEATRO
Giulio Cavalli, Fabrizio Tummolillo, Linate, Edizione XII;
Giorgio Celli, La zattera di Vesalio e altri drammi, Tre Lune Edizioni, Mantova;
Emma Dante, Carnezzeria,  Fazi, Roma;
Tiziano Scarpa, Luoghi comuni, Effigie, Milano.

SAGGISTICA
AA.VV. Donne di frontiera 2. Il Ramo d’oro, Trieste;
Silvio Caporale, Impuniti, Baldini Castoldi Dalai, Milano;
Francesco Carbognin, L’altro spazio, Nuova Editrice Magenta, Varese;
Felix Duque, Abitare la terra,  Moretti & Vitali, Milano;
Silvana Ghiazza – Marisa Napoli, Le figure retoriche,  Zanichelli, Bologna;
Loredana Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano;
Diego Marconi, Per la verità,  Einaudi, Torino;
Sergio Tanzarella, Gli anni difficili, Il pozzo di Giacobbe, Trapani;
Pietro Trifone, Malalingua,  Il Mulino, Bologna;
Mirella Galletti – Fouad Rahman, Kurdistan,  Ananke, Torino.

 SEZIONE A - LIBRI SEMIFINALISTI

POESIA
Maria Grazia Calandrone, La macchina responsabile,  Crocetti, Milano;
Carla Combatti, Aracnidi pazienti, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza;
Paolo Gentiluomo, La ragion totale,  Zona, Civiltella in Val di Chiana (Arezzo);
Daniele Gorret, Crocefissi,  Tratti - Moby Dick, Faenza;
Paolo Ruffilli, Le stanze del cielo, Marsilio, Venezia;
Stevka Smitran, Dall’Impero, Lietocolle, Faloppio (Como).

NARRATIVA
AAVV, Raimo Christian – a cura di, Il corpo e il sangue d’Italia, Minimum Fax, Roma;
Marco Baliani, La metà di Sophia, Rizzoli, Milano;
Gabriella Ghermandi, Regina di fiori e di perle, Donzelli, Roma;
Paolo Nori, La vergogna delle scarpe nuove, Bompiani, Milano;
Carla Sanguineti, Le nostre memorie proibite, Cisu, Roma;
Adriana Zarri, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI, Diabasis, Reggio Emilia.

TEATRO
Giorgio Celli, La zattera di Vesalio e altri drammi, Tre Lune Edizioni, Mantova;
Emma Dante, Carnezzeria,  Fazi, Roma;
Tiziano Scarpa, Luoghi comuni,  Effigie, Milano.

SAGGISTICA
AA.VV. Donne di frontiera 2,  Il Ramo d’oro, Trieste;
Silvio Caporale, Impuniti, Baldini Castoldi Dalai, Milano;
Loredana Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine, Feltrinelli, Milano;
Diego Marconi, Per la verità,  Einaudi, Torino;
Sergio Tanzarella, Gli anni difficili,  Il pozzo di Giacobbe, Trapani;
Pietro Trifone, Malalingua,  Il Mulino, Bologna

inserito dalla segreteria il 21 May 2008

comunicati stampa

: La Gazzetta di Modena, 15 Aprile 2008

  1. Al Premio Tassoni 183 libri

    …dell edizione 2008 del Premio Alessandro Tassoni . Ampia e qualificata…saggistica e 6 per il teatro. Cento volumi…Nanni, Montedit, Il filo, Guida, Le Edizioni…altri già molto noti, il Premio Alessandro Tassoni riunisce da anni una…

inserito dalla segreteria il 15 April 2008

rassegna stampa

: PREMIO ALESSANDRO TASSONI: 206 i libri per l’edizione 2008

PREMIO ALESSANDRO TASSONI: 206 i libri  per l’edizione 2008

Comunicato stampa n.2/2008
Modena, 14 aprile 2008

Aggiornamenti sulla partecipazione

In seguito a recapiti ed invii tardivi, i precedenti dati diffusi il 7 aprile vanno aggiornati.
Ad oggi  ben 206 risultano i libri inviati alla quarta edizione del Premio Alessandro Tassoni (96 per narrativa, 77 per poesia, 27 per saggistica, 6 per teatro).
106 libri sono stati inviati direttamente dagli editori e 100 dagli autori.
Le Case editrici coinvolte nel  complesso sono 118.
I libri che non rientreranno nella selezione sono 37. Queste le motivazioni: mancanza del mese di edizione; fuori tempo di edizione previsto; irregolarità nella domanda per l’uso di pseudonimi; prefazioni di componenti della giuria; proposte solo per la sez. B; invii tardivi.

 

PREMIO ALESSANDRO TASSONI: 183 i libri in concorso per l’edizione 2008

Comunicato n. 1/2008
Modena, 7 aprile 2008

Oltre le aspettative la partecipazione di autori ed editori

Si è conclusa lunedì 31 marzo la prima fase dell’edizione 2008 del Premio “Alessandro Tassoni”.  Ampia e qualificata la partecipazione al quarto anno della manifestazione, che è ormai un appuntamento fisso nel panorama letterario nazionale.

183 i libri pervenuti, circa 60 in più rispetto ai 127 dello scorso anno: 81 per la sezione di narrativa, 70 per la poesia,  26 per saggistica e 6 per il teatro. 100 volumi sono stati mandati direttamente dagli autori; 83, invece, dalle case editrici. Di questi 183 libri, 21 purtroppo non parteciperanno alla selezione (10 per narrativa, 8 per poesia e 3 per saggistica) per irregolarità varie (mancanza del mese di edizione, della firma, fuori tempo di edizione, invio tardivo..).
I dati di questa quarta edizione del Premio vanno oltre le più rosee aspettative degli organizzatori «Siamo di fronte ad un vero exploit che se da un lato ci lusinga, dall’altro ci impone seri problemi organizzativi, ai quali stiamo provvedendo. A partire dalla prossima edizione, per non tradire la fiducia di chi si affida a noi, ci saranno delle novità nella selezione », ha sottolineato Nadia Cavalera, presidente dell’Associazione Culturale Le Avanguardie, organizzatrice dell’evento.
Il Premio “Alessandro Tassoni” è nato quattro anni fa e viene portato avanti dall’Associazione Culturale Le Avanguardie e dalla rivista Bollettario, col contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, in collaborazione con il Comune e la Provincia di Modena (Assessorati alla Cultura), la Biblioteca Estense Universitaria, e con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia (Facoltà di Lettere e Filosofia). Gode inoltre dello sponsor della casa editrice Franco Cosimo Panini.

Vasta, diversificata e di qualità la partecipazione all’edizione 2008, che, tra i 112 editori coinvolti in totale con invii multipli, ha visto confermate le presenze delle grandi case editrici come Bompiani, Einaudi, Rizzoli, Marsilio, Feltrinelli, Laterza, Il Mulino; alle quali si sono aggiunte anche Longanesi, Guanda, Baldini Castoldi Dalai, Giunti, Zanichelli, Fazi…
Consistente la presenza della piccola e media editoria tra cui Longo,  Minimum Fax, Campanotto, Tracce, Quodlibet, Editing, Diabasis, Moretti&Vitali, Nanni, Montedit, Il filo, Guida, Le Edizioni Paoline. Non manca l’autoproduzione: una sola, quest’anno, rispetto alle tre della scorsa edizione.
Da autori alla prima esperienza ad altri già molto noti, il Premio “Alessandro Tassoni” riunisce da anni una variegata gamma di tipologie. Tra i partecipanti, in questa edizione, anche un autore israeliano, che vive a Londra e ha scelto l’italiano come lingua letteraria, un siciliano trapiantato in Australia, un’autrice oriunda della Svizzera, che vive da molti anni in Mozambico dedicandosi ad opere benefiche, ed anche un cardinale.
A breve, chi lo vorrà, per seguire più da vicino le altre fasi del Premio, potrà, presso la Biblioteca Estense Universitaria, consultare o prendere in prestito tutti i libri partecipanti.
A maggio saranno resi noti i libri selezionati.

inserito dalla admin il 7 April 2008

comunicati stampa

: Gazzetta di Modena, 16 gennaio 2008

  1. Ecco come partecipare

    …MODENA. E già pronto il regolamento del Premio Tassoni 2008 (partecipazione…teatro e saggistica; premio honoris causa di 3mila…sull attualità di Alessandro Tassoni. La giuria tecnica…popolare per individuare il premio per la poesia. E…

inserito dalla segreteria il 16 January 2008

rassegna stampa

: Gazzetta di Modena, 16 Gennaio 2008

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Il «Premio Alessandro Tassoni» anche quest anno si fa…in quattro

…teatro e saggistica: il Premio Alessandro Tassoni si fa in quattro anche…della letteratura. Un premio che ha maturato una forte…anni, si è affermato il Premio Delfini, creato…questa quarta edizione il Premio Tassoni è impegnato a sostenere… Michele Fuoco

 Diritto di….precisazione (a cura di Nadia Cavalera)
Nel ringraziare Michele Fuoco per l’articolo sul Premio, ci tengo a sottolineare qualche punto.
Innanzitutto che l’iniziativa non ha ancora l’appoggio della Fondazione CRMO, ma ci auguriamo che lo abbia.
Quanto alle adesioni, per me la partecipazione di 127 libri nel 2007 costituisce un top difficilmente superabile e che, sinceramente, non ci auguriamo che venga superato, in quanto comprometterebbe quella seria attenzione che vorremmo dedicare ai libri partecipanti.
Inoltre non nutro alcun rammarico per non aver avviato il Premio Antonio Delfini, che ci era stato proposto all’epoca, in quanto la scelta sarebbe stata per la nostra Associazione fin troppo scontata. Sono contenta anzi di aver resistito alla tentazione perché la nostra decisione successiva di optare per Alessandro Tassoni, nella sua apparente incoerenza sarebbe stata invece la più innovativa perché controcorrente, inaspettata, “strana”..
Per chi poi avesse curiosità della verità dei fatti, dirò di più.
Era l’agosto del 2000 quando, nell’ambito degli incontri ai cortili, organizzai una lettura di poesia, con Nanni Balestrini, Enzo Minarelli e me stessa, presentati da Francesco Muzzioli.
Ricordo che all’epoca Balestrini non era di casa a Modena e faticai non poco in telefonate per garantirgli un minimo di presenze.
Ebbene il pomeriggio di quel giorno, mentre eravamo qui, in terrazza, in attesa di avviarci al luogo della lettura, (io ero all’interno per prendere dell’acqua per Balestrini), Minarelli, presente anche Muzzioli, mi lanciò l’invito: “Nadia, che ne dici se facciamo un Premio intitolato a Delfini?”.”Non so - risposi - se ne può riparlare stasera a conclusione, ma… - continuai non convinta - dovrebbe essere qualcosa di particolare…singolare…”.
Quella sera comunque non ne riparlammo più (io stremata mi ritirai subito a casa) e in seguito seppi che l’iniziativa era stata varata da Balestrini e dal gallerista modenese Mazzoli, presente alla lettura poetica, in quell’agosto del 2000 (c’era anche, tra gli altri, l’assessore Gianni Guadalupi). Come sia avvenuta l’alleanza in particolare non lo so sinceramente, né mi interessa più di tanto, felice della mia scelta successiva, per i motivi già esposti.

inserito dalla segreteria il 16 January 2008

rassegna stampa

: Regolamento, 2008

Premio Alessandro Tassoni, Quarta Edizione, Modena, Anno 2008

REGOLAMENTO

ART.1
Il Premio si articola in tre Sezioni: Sezione A, Sezione B, Sezione C.
ART. 2
Sezione A (solo opere edite): quattro Premi, di € 1.000 ognuno, per un libro di poesia, narrativa, teatro e saggistica, che, in omaggio ideale al Tassoni, risulti innovativo, libertario, pacifista, impegnato civilmente per la costruzione di un mondo più giusto e democratico. Saranno considerati solo i libri editi dall’aprile 2007 al marzo 2008. In mancanza dei requisiti richiesti, i premi possono non essere assegnati.
ART. 3
Sezione B: Premio di € 3000 ad un’autrice o ad un autore, honoris causa. La scelta della giuria è autonoma, ma non saranno ignorate eventuali segnalazioni.
ART. 4
Sezione C. Due Premi, di € 300 ognuno, per la tesi di Laurea di un laureando e di una laureanda, che sottolineino l’attualità del Tassoni.
ART. 5
L’autore premiato nella Sezione B entrerà a far parte della Giuria, per l’edizione successiva.
ART. 6
La partecipazione al Premio è gratuita.
ART. 7
La Giuria tecnica del Premio è composta da:
Gianni Cascone (via Fratelli Musi 3, 40129 Bologna); Nadia Cavalera (corso Canalchiaro 26, 41100 Modena); ); Adriana Chemello (via Lago Trasimeno 59, 36100 Vicenza); Francesco Muzzioli (via C.B. Piazza 8, 00161 Roma); Franco Nasi (via Alessandrini 8, 42020 Puianello – Reggio Emilia): Franca Rame, vincitrice honoris causa nel 2007 (corso di Porta Romana 132, 20122 Milano). Presidenza onoraria: Giorgio Bàrberi Squarotti.
La Giuria, così costituita, sarà affiancata, solo per la scelta del libro di poesia, nella sezione A, da una Giuria popolare, i cui nominativi saranno resi noti a conclusione dei lavori.
ART. 8
Le case editrici, gli autori interessati e i neolaureati dovranno far pervenire le loro opere (su cui va messa la dicitura “Per il Premio Alessandro Tassoni 2008”) direttamente ai componenti della Giuria, entro il 31 marzo (farà fede il timbro postale). Solo nell’invio a Nadia Cavalera, va acclusa una lettera di partecipazione con l’autorizzazione all’uso dei dati personali. Una copia del libro, inoltre, va inviata anche al Fondo Premio Alessandro Tassoni, c/o la Biblioteca Estense Universitaria, largo Sant’Agostino 337, 41100 Modena.
ART. 9
I vincitori dovranno presenziare alla cerimonia di assegnazione che si terrà a Modena in data e luogo che saranno tempestivamente comunicati. In caso di assenza, dopo accettazione scritta, avranno diritto al titolo del Premio, ma non al corrispettivo in denaro.
ART. 10
Il giudizio della Giuria, che sarà reso pubblico entro il giugno 2008, con dilazione a settembre per la scelta del libro di poesia, è insindacabile e le opere presentate non verranno restituite, né verranno conservati eventuali inediti inviati per errore.
ART. 11
La partecipazione al Premio comporta la totale accettazione del presente regolamento reso ufficiale dalla pubblicazione sul sito www.premioalessandrotassoni.it. Per informazioni: tel. 059211791 - 3393473493 – premioalessandrotassoni@bollettario.it

PRECISAZIONI IN MARGINE

1)Sono fuori concorso: i libri che non riportano il mese di edizione; i libri che non rientrano nel tempo previsto dal regolamento; i libri che hanno la presentazione di un componente della giuria; i libri che mancano della lettera di adesione.

2) - Lettera di adesione degli autori (facsimile)

Io, sottoscritto…..nato a….. e residente a…..in via…..tel….cell…partecipo alla quarta edizione del Premio Alessandro Tassoni, sezione A (……….indicare il genere), con la seguente opera……………… Autorizzo all’uso dei dati personali. Data….Firma

- Lettera di adesione delle case editrici (facsimile)

La casa editrice…………..partecipa alla quarta edizione del Premio Alessandro Tassoni, sezione A (……….indicare il genere) con la seguente opera……………… Autorizziamo all’uso dei dati personali dell’autore. Data….Firma

3) Un autore non potrà essere premiato, nello stesso genere letterario, prima di tre anni.

inserito dalla segreteria il 1 January 2008

regolamento

: Gazzetta di Modena

…noto l’elenco dei finalisti del Premio Alessandro Tassoni, poesia, narrativa, saggistica…Bollettario Modena. La Giuria del Premio costituita, per l’edizione…sei finalisti che concorrono al Tassoni per la sezione A. Guido Caserza Malebolge…

06 settembre 2006 —   pagina 23 —   sezione: CULTURA E SPETTACOLI

inserito dalla segreteria il 6 September 2006

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