premio alessandro tassoni

Premio Alessandro Tassoni

: Risultati 2008

Premio Alessandro Tassoni 2008 - Vincitori - Motivazioni - foto
I premi sono stati consegnati: a Paolo Ruffilli da Mario Lugli (Assessore alla Cultura del Comune); a Giuliana Manfredi, vice direttore di Diabasis (in rappresentanza di Adriana Zarri ), da Luca Bellingeri (Direttore della Biblioteca Estense Universitaria); a Giorgio Celli da Beniamino Grandi (Assessore alla Cultura della Provincia); a Diego Marconi da Gian Paolo Caselli (Consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena); a Gherardo Colombo da Alessandra Bignardi (Preside della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Modena)


 

 

 

Per motivi tecnici oscuri questa pagina subisce automatiche modifiche. Ce ne scusiamo con i lettori, che possono però ritrovarla sul blog di Nadia Cavalera http://nadiacavalera.blogspot.com/

Premio Alessandro Tassoni
Vincitori 2008

SEZIONE A
Paolo Ruffilli, Le stanze del cielo , Marsilio 2008 (poesia);
Adriana Zarri, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI , Diabasis 2008 (narrativa);
Giorgio Celli, La zattera di Vesalio e altri drammi, Tre Lune 2007 (Teatro);
Diego Marconi, Per la verità, Einaudi 2007 (Saggistica).
SEZIONE B, HONORIS CAUSA
GHERARDO COLOMBO

PAOLO RUFFILLI, Le Stanze del cielo , Venezia, Marsilio 2008.
MOTIVAZIONE
Nel libro Le stanze del Cielo Paolo Ruffilli entra in due spazi di costrizione: il carcere e la tossicodipendenza. Affrontando temi come questi è facile cadere in luoghi comuni a volte seccamente liquidatori, a volte melodrammatici e sentimentali. Ruffilli invece riesce a raccontarli con discrezione, a volte con pudore, ma nello stesso tempo con profondità, scegliendo un tono antilirico e antiretorico che invita a riflettere e a mettere in dubbio le certezze, spesso ipocrite e affrettate, con cui si giudicano questi luoghi o stati del corpo e della mente. Una poesia civile, dunque, che non dà indicazioni dogmatiche e ideologiche, ma che colloca il lettore, ascoltatore non visto e non giudicante, in una posizione privilegiata di ascolto accanto due spazi “concentrazionari”, come li definisce Alfredo Giuliani nella bella nota introduttiva al volume: “lo spazio concentrazionario esterno della prigione e interno della droga”, spazi “baratro” o “abisso”, “fuori dal mondo”. (p. 81).
Un gesto civile, quello compiuto da Ruffilli, con la C maiuscola, proprio perché rifugge dalla banalità, dagli stereotipi e dalle semplificazioni. Ed è proprio questo che la parola poetica dovrebbe fare: scavare, scendere in profondità. Profondità che non è necessariamente oscurità. Le parole scelte sono parole che appartengono a una linea feconda della nostra poesia. Ancora Giuliani richiama la linea della poesia “sliricata” di Debenedetti che ha segnato buona parte del nostro Novecento. Saba, certo, non solo nelle scelte lessicali, ma anche nella musica dei versi, con certe rime facili e con l’ultima parola di quasi tutte le poesie che trova dei richiami di forte assonanza e rima nel testo; un raddoppiamento musicale, che chiude questi cantabili ritratti interiori di esclusi. Ma anche una poesia lirica radicata nella tradizione medievale, con quel lancinante Canzoniere d’amore che è la seconda parte del libro, dedicata al tossicodipendente. La “donna”, domina/padrona, amante, sognata e senza la quale “la sete, il desiderio: / un vuoto più profondo / di tutto il pieno / vomitato giù / fuori dal mondo” (p. 76) non è Laura o Beatrice o monna Vanna, ma la droga che “inghiotte a un tratto / ogni parola, / ogni pensiero che / nell’istante / avevi già pensato…/ come un deserto / deforma la realtà” (p. 80). Un Canzoniere alla Guido Cavalcanti, in cui si assiste a un’azione teatrale fra l’amante e l’amato, in cui il rapporto d’amore è subìto, e il bisogno, il desiderio “ti accelera la vita / nell’ossessione, / ti usa violenza e / ti scompone / lo spazio e il tempo” (p. 82). Qui la donna, “voce oscura”, “ditta dentro” “e ti cancella il cielo, / la via e la casa / in cui hai vissuto, / il viso dei tuoi cari…” (p. 81). Come scrisse Cavalcanti: “Riman figura sol en segnoria / e voce alquanta, che parla dolore”. E questa situazione di sospensione angosciante, di morte in vita, accomuna il recluso nella droga e il recluso nella prigione: “Non sei più vivo, / eppure ti stupisci / che non muori” (p.34).
Una poesia consapevole del proprio fare, radicata nella tradizione ma mai imbalsamata e leziosa: una poesia in cui si scrive civilmente e poeticamente del dolore, e si invita a guardarlo con sguardo diverso e dubbioso (Franco Nasi).

ADRIANA ZARRI, Vita e morte senza miracoli di Celestino VI
Reggio Emilia, Edizioni Diabasis 2008.
MOTIVAZIONE
Adriana Zarri, nota soprattutto come saggista, giornalista e teologa non conformista, che vive da diversi anni in una specie di eremo nelle campagne di Strambino, nei pressi di Ivrea, ha saputo dar voce al dissenso cattolico e al cristianesimo di base attraverso alcune sue encomiabili opere narrative.
Il suo ultimo romanzo si presenta fin dal titolo come la «biografia» (Vita e morte…) di un immaginario e non convenzionale Celestino VI, a cui la narratrice affida il compito di esplorare la possibilità di decisioni rischiose e di innovazioni profonde nell’innossidabile virilismo della curia romana: dall’abolizione del celibato a quella del cardinalato, dalla «teologia vaticana» in vigore nei palazzi della curia romana (che vieta la contraccezione, i rapporti prematrimoniali, l’ordinazione femminile) per finire con la donazione del suo piccolo stato all’Italia, con la clausola che queste ricchezze passassero al popolo di Roma. Insomma un papa povero ed ecumenico, come lei lo vorrebbe! Costruito su una trama esilissima ma affascinante, il racconto tiene avvinto il lettore grazie ad una sequenza di episodi che si espandono su dettagli solo in apparenza feriali, per farsi portatori di una verità inattesa andando a costruire una abilissima filigrana di situazioni ed immagini, quasi una sorta di trama segreta. La struttura del racconto prevede inoltre un duplice epilogo: l’accettazione dell’ardua impresa e la rinuncia. La scrittrice lavora con straordinaria acribia alla dilatazione del tempo, lasciando ampio spazio ai pensieri e alle riflessioni del suo personaggio. I ricordi, le impressioni, le minime malignità, le riflessioni ora profonde, ora allegre o tristi, i progetti e le incombenze legate al nuovo status del piccolo parroco eletto al soglio di Pietro, tutto si dipana e si amalgama, lasciando accadere le cose dentro e fuori, e mostrando così con impressionante evidenza i tratti di una personalità in cui «contemplativo e trasgressivo» riuscivano a convivere serenamente perché «in realtà non stavano in due caselle differenti, ma in un cassetto solo, mescolati». In questa fantasmagoria di pensieri e di situazioni emerge il ritratto di un uomo capace di vivere in una solitudine profonda e toccante, capace altresì di una comunione emotiva e simpatetica con tutti gli esseri viventi del cosmo.
La storia narra l’elezione imprevista di un oscuro curato di campagna, temporaneamente ritiratosi «per meditare e pregare» in un romito monastero [«una piccola repubblica, autonoma e autosufficiente»], al soglio di Pietro. Lontano per esperienza e per pratica di vita dagli ambienti curiali ormai ridotti a pura «formalità», il nuovo papa crea scompiglio perché si propone fin dall’inizio come «un papa fuori regola», un piccolo uomo dai grandi orizzonti, un papa casereccio capace di fare «un passo indietro perché il suo popolo facesse un passo avanti». Una figura controversa fin nella scelta del nome, quell’«eremita del Morrone [che] fu il peggior anticuriale della storia», il Celestino del dantesco «gran rifiuto». Ma una figura capace di incarnare, seppur sottotraccia una forte tensione ecumenica: non amava la legge, non amava il diritto, forse neanche il dovere ma l’amore soltanto. E non osava neanche dirla quella parola tanto inflazionata che aveva perso giovinezza e si afflosciava come un vestito vecchio.
Con questo romanzo la teologa Adriana Zarri si consacra abile ed esperta scrittrice. Costruisce il suo racconto attraverso scene capaci di coniugare con maestria il dato storico e teologico con il «vero poetico» di manzoniana memoria, riconsegnando così alla letteratura la sua autentica capacità di nominare e attraversare i conflitti senza lasciarsene soverchiare. Una volta di più Adriana Zarri insegna ai suoi lettori e alle sue lettrici che la letteratura può veramente diventare una «epifania della verità» (Adriana Chemello).

GIORGIO CELLI, La zattera di Vesalio e altri drammi, Mantova, Tre Lune Edizioni 2007
MOTIVAZIONE

Giorgio Celli è una figura di intellettuale singolare e poliedrico, attivo in entrambe le “due culture”, al contempo scrittore (narratore, poeta, drammaturgo) e scienziato (etologo e professore di Entomologia). La sua vocazione letteraria è maturata nella tensione delle neo-avanguardie degli anni Sessanta, cui ha partecipato con il gruppo emiliano dei parasurrealisti della rivista “Malebolge”, arrivando a risultati di narrativa sperimentale come Il parafossile (1967); una linea proseguita anche in anni meno propensi alle “tendenze” e alle sperimentazioni - ricordiamo, tra l’altro, il contributo teorico di La scienza del comico (1982) e i nuovi racconti di Dio fa il professore (1994). Il premio Tassoni va oggi al volume La zattera di Vesalio e altri drammi, in cui Celli ha raccolto la sua produzione per il teatro: un teatro concentrato e studiatissimo, che potremmo definire un teatro sintetico, pensando alla misura di solito abbastanza breve costitutiva dei singoli drammi, che però si somma in un compendio piuttosto mastodontica. Puntando alla sostanza potremmo definirlo un teatro della riscrittura e un teatro della dialettica. In quanto teatro della riscrittura, i testi di Celli riprendono e rielaborano alcune figure cruciali della tradizione (come il capitano Achab di Moby Dick, Nora di Casa di bambola, Sherlock Holmes e vari altri), ma anche autori trasformati in personaggi (Darwin, o l’anatomista Vesalio, nel brano che dà il titolo alla raccolta), non però al fine di un innocuo divertissement o di una mera dimostrazione di abilità postmoderna: la riscrittura, infatti, è precisamente funzionalizzata all’esercizio della dialettica, cioè allo scavo e al rovesciamento dei temi e delle figure prelevate dall’universo del già-scritto, che vengono messe in processo (quando non “processate” davvero) sulla scena ridotta all’essenzialità di un luogo mentale e allegorico. In quanto teatro della dialettica, quello di Celli è un teatro di opposizioni polarizzate, di duelli verbali e non, di conflitti spinti fino all’estremo, di incandescenze crudeli (ancora secondo la grande lezione surrealista). In un immaginario sempre virato al nero e lontano sia dal mimetismo borghese che dal recupero del mito, con una ironia propendente verso il sarcasmo, Celli va ad esplorare soprattutto i rapporti di potere, i rapporti tra il potere e la scienza (su cui riscrive da par suo le tentazioni di Faust), il dominio e la tortura, la miseria dell’animale-uomo, pronto a tutti gli adattamenti e, per contro, l’irriducibilità dell’eresia, residuo che sfugge ogni volta al controllo. Il linguaggio è ben lontano dagli standard del teatro contemporaneo, ormai ridotto al minimalismo: il testo drammatico di Celli è fatto di una prosa tendente alla poesia, lampeggiante e allucinata nella visione dell’orrore oppure aperta dalle lame dell’umorismo. Quello di Celli è insomma un teatro di spessore culturale e filosofico, problematico, ricco di contrasti e spinto da una acuminata istanza critica (Francesco Muzzioli).

DIEGO MARCONI, Per la verità, Torino, Einaudi 2007
MOTIVAZIONE

La realtà intorno a noi esiste oggettivamente, a prescindere dal nostro approccio conoscitivo tant’è che “una buona parte del mondo che diciamo di conoscere c’era molto prima che ci fossimo noi, e una parte di esso ci sarà ancora quando noi non ci saremo più” .
Facendo sua questa posizione realista di Barry Stroud e procedendo sulla linea di Alfred Tarski, Diego Marconi, col saggio “Per la verità” (edito da Einaudi) si inserisce nel vivace dibattito pubblico degli ultimi anni su verità e relativismo, scaturito dal quadro politico attuale fatto di scontri tra il mondo islamico e quello occidentale aggravati da religiosità esasperate e reazionarie, dalla crisi della democrazia liberale, da rigurgiti di autoritarismo e totalitarismo, da pratiche costanti di terrorismo.
Lo fa da fine filosofo del linguaggio qual è, con un’attenta analisi del problema. In particolare affronta e precisa i significati di “verità”, “credenza”, “conoscenza”, “certezza” e “relativismo” nelle sue varianti, e, dopo aver mostrato l’infondatezza di altre teorie basate su confusioni concettuali o assurde drammatizzazioni, muove in una sostanziale difesa della verità, come corrispondenza tra il linguaggio e i fatti.
Il tutto, rifuggendo dai tecnicismi spesso ingiustificatamente involuti di certi filosofi, seguendo lo spirito più costruttivo della buona divulgazione di matrice anglosassone e adottando un linguaggio chiaro, ricco di immagini e esemplificazioni illuminanti.
Indispensabili in un tempo oscuro come il nostro in cui le semplificazioni, le manipolazioni e ledistorsioni semantiche regnano sovrane (Nadia Cavalera).

GHERARDO COLOMBO
MOTIVAZIONE
La Giuria del Premio “Alessandro Tassoni” è onorata di conferire il riconoscimento “honoris causa” a Gherardo Colombo perché fulgido esempio di apostolo della legalità, e in veste prima di magistrato dalla carriera specchiata che nessuna delle tante manovre denigratorie e diffamanti è mai riuscita ad intaccare,
ed oggi quale teorico del diritto, propugnatore di una società migliore, definita nel suo ultimo libro (”Sulle regole”, Feltrinelli 2008) “orizzontale”. Una società che trova nella Costituzione e nei suoi valori fondanti piena corrispondenza, mentre nella quotidianità una continua dolorosa smentita, a favore di una pratica costante riassumibile nella definizione di “società verticale”.
Di qui l’intensa necessaria attività di divulgare la Costituzione e le sue norme, a vari livelli.
Nella convinzione, da noi pienamente condivisa, che stante la situazione sociale attuale selettiva, oppressiva, di fatto inchiodata al sistema della corruzione, tra furbizia, privilegio, sopraffazione, e inattaccabile dall’interno dei poteri costituzionali, per rapporti di forza sfalsati e minati da un esecutivo arrogante, tendenzialmente dispotico, solo una collettività correttamente e costantemente informata possa sovvertirla.
Per procedere verso la realizzazione di una realtà che trovi il suo perno propulsore nel riconoscimento e rispetto dell’altro (Nadia Cavalera).

GHERARDO COLOMBO, apostolo di legalità
di Nadia Cavalera

Le prime avvisaglie: a settembre 1981, per volontà della Cassazione, la rapida trasmigrazione, da Milano a Roma, delle indagini sulla Loggia P2 (avviate a marzo), poi nel 1984 la disposizione dell’ancora più celere trasferimento delle indagini sui fondi neri dell’IRI, sempre da Milano a Roma, che si configura così inequivocabilmente come “porto delle nebbie”.
Infine con Mani pulite (1992-98) la certezza di essere di fronte ad un sistema della corruzione dalle dimensioni colossali e inattaccabile dall’interno dei poteri costituiti, sempre più compromessi nei loro rapporti di forza a favore di un esecutivo invadente, vocato all’assoluto.
Forse il fenomeno (è un suo rammarico[1]) si sarebbe potuto almeno contenere se non fossero state insabbiate le indagini degli anni Ottanta, se il caso fosse stato veramente affrontato prima di Mani pulite, ma nella situazione presente, e con una magistratura sempre più ostacolata, penalizzata, esautorata, l’operazione è pressoché impossibile, senza il concorso consapevole e convinto della collettività continuamente raggirata, turlupinata. Che va invece educata con l’informazione costante perché si compia veramente la democrazia.
E “la giustizia, ormai, è una macchina per tritare acqua”. Con questa drammatica constatazione verificata più volte, il giudice di Cassazione Gherardo Colombo, in magistratura dal 1974, a metà febbraio 2007, invia una lettera di dimissioni al Consiglio Superiore della Magistratura e al Ministero di Grazia e Giustizia. Dal 7 maggio uscirà dalla scena giudiziaria che l’aveva visto impegnato ad indagare i maggiori scandali dell’ultima parte del Novecento. Sarà vicepresidente della casa editrice Garzanti. Scriverà libri sul diritto, intensificherà corsi sulla legalità nel senso di “piena attuazione dei principi costituzionali, della tutela dei diritti fondamentali e dell’uguaglianza di fronte alla legge”[2].
A dare il la massmediale, il 17 marzo, un’intervista sul Corriere della sera, a cura di Luigi Ferrarella
La decisione sorprende tutti, i comuni cittadini in primis, che si sentono spiazzati, comeabbandonati. Enzo Biagi spera che l’”addio in silenzio” diventi “assordante per gli italiani[3]” e l’Associazione nazionale magistrati auspica che la grave decisione sia per i politici spunto di un’ampia riflessione: “Che la politica si interroghi”[4].E non mancano dichiarazioni ufficiali che invitano al ripensamento. Il guardasigilli Mastella vorrebbe “amichevolmente richiamarlo all’ordine”[5]; Pierferdinando Casini, in un commento richiestogli dalla giornalista Lucia Annunziata, considera la sua scelta, pur rispettandola, negativa e lo sollecita a restare: “Colombo rimanga in magistratura”[6].
Ma se si ha difficoltà a credere nella piena sincerità di queste ultime affermazioni, pensando alla campagna trasversale (da destra a sinistra) di diffamazione da lui subita negli anni solo per aver fatto il proprio dovere, o ricordando i procedimenti disciplinari superati e le trenta inchieste penali affrontate (conclusesi in un nulla di fatto) per la denuncia di suoi imputati, di certo le dimissioni, seppure pensate più volte, hanno lasciato incredulo innanzitutto lui stesso, perché in quel compito, quasi una missione, Gherardo Colombo aveva creduto fortemente sin dall’inizio. Ma il sistema è giocoforza costrittivo e non concede deroghe. Non a caso Antonio Di Pietro, altro protagonista inquirente al tempo di Tangentopoli e dimissionario famoso, passato poi alla politica, commenterà: “Anche Colombo è stato costretto a dimettersi”[7]. Una costrizione, dunque, se non di fatto, morale: il lavoro configge ormai con la coscienza. E questo, (Kant, suo filosofo preferito, docet), non è sostenibile. Già nel 1994 era stato lui l’autore del comunicato al procuratore Francesco Saverio Borelli in cui, dinanzi al decreto Biondi che aboliva l’arresto per i colletti bianchi, i magistrati chiedevano “un altro incarico nel cui espletamento non sia stridente il contrasto tra ciò che la coscienza avverte e ciò che la legge impone”[8].
Colombo dunque non può più assistere da lucido testimone (più che informato dei fatti), e cultore della memoria, al teatrino di una Giustizia fittizia che si accanisce sui più deboli e perdona ed esalta i grandi malfattori che mirano instancabilmente a gestire lo Stato a loro piacimento, per il tornaconto personale e di loro sodali: “In Italia quella fra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata su furbizia e privilegio. Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è arrivati a una riabilitazione complessiva dei corrotti”[9].
Da rigoroso ed incorruttibile custode della legge quale ha sempre dimostrato di essere, non può tollerare il dilagare dell’impunità, non per un “vezzo” personale (come qualche osservatore superficiale sproloquierà su un quotidiano[10]), ma, per un imperativo categorico impellente.
Nato in Brianza, a Briosco (Milano) il 25 giugno 1946, vissuto a Renate, nella tranquillità della grande casa di Tornago, circondata da un vasto giardino e con attiguo un boschetto di bambù (cui sono le legate le prime importanti scoperte della realtà circostante e le prime sfide contro il buio l’ignoto di innocenti giuochi), dopo aver conseguito la maturità classica al Liceo “E. De Amicis”, frequenta l’Università Cattolica di Milano, presso la quale si laurea in Giurisprudenza, nel 1969, con la tesi di laurea su “La riforma del processo penale”.
Vive il 1968 da lontano (le prime occupazioni e contestazioni coincidono con l’inizio del servizio militare, anticipato all’ultimo anno di studi per accelerare i tempi di inserimento nel lavoro) ma ne condivide subito l’entusiasmo di fondo che, mettendo a nudo, con profonde analisi, le contraddizioni strutturali della società, faceva ben sperare in un cambiamento epocale. Salvo poi ricredersi (”un’occasione perduta, fallita,un tradimento”[11]) e constatare che la supposta spinta ideale di molti leader si era risolta in una corsa al potere e al denaro. A tutti i costi. Anche del rapido capovolgimento di immagine, messa con disinvoltura al servizio della sopraffazione, dopo aver sbandierato l’uguaglianza.
Concetto questo cui Colombo invece terrà sempre fede, associandolo a quello di proporzione, punti cardine della Costituzione Italiana.
“Avevo e mantengo un paio di convinzioni profonde - uguaglianza e proporzione - che coincidevano esattamente con l’ispirazione di fondo della Costituzione della Repubblica”, scriverà ne “Il vizio della memoria”[12], un libro che costituendo memoria di fatti personali e professionali, ne esalta la funzione, da coltivare per poter crescere. E se è comprensibile che i disonesti vogliano dimenticare, è impensabile che accondiscendano a questo anche i tanti onesti: “Se anche gli uomini di buona volontà non hanno memoria questo paese è in un vicolo cieco”[13].
Appena laureato, in attesa del Concorso per adire la magistratura, che intende affrontare contando solo sulle sue conoscenze universitarie, Colombo lavora alla Compagnia di Assicurazione della RAS (col compito di controllare il lavoro dei liquidatori), in un clima di costante frustrazione: vive ogni suo successo professionale come un sopruso sui più deboli.
Senza rimpianti lascia quindi la RAS quando, non avendo superato il primo concorso, decide di prepararsi adeguatamente per il successivo, facendo solo lavori saltuari e contando sull’aiuto della famiglia.
Superati gli scritti, comincia a frequentare il Palazzo. Conosce, tramite amici, quelli che sarebbero stati suoi futuri colleghi e, tra le quattro correnti[14] in cui si dividevano i magistrati all’epoca, aderisce subito a Magistratura Democratica. Ne apprezza la sensibilità verso i problemi sociali, ambientali e la volontà di adeguarsi pienamente ai dettami della Costituzione. Prende però una distanza critica dagli eccessi di qualche suo componente, che farà affibbiare impropriamente a tutto il gruppo l’etichetta di “politicizzato”.
Nel 1974, in un periodo in cui il terrorismo (figlio delle paure che il Sessantotto aveva suscitato nel potere occulto), a partire dalla bomba di piazza Fontana, è in piena escalation, Gherardo Colombo (dopo un iter iniziato nel 1971) entra in Magistratura.
All’inizio opera in qualità di Giudice nelle udienze della VII sezione penale della Corte di Milano (1975-1978), poi è Giudice Istruttore (1978-1989 ).
Risale a questi anni il primo lutto tra i colleghi che lo tocca profondamente. Il 19 marzo 1980, per mano di giovani di Prima Linea, viene ucciso Guido Galli, ottimo magistrato di cui in passato aveva seguito importanti lezioni e presso il quale aveva fatto anche tirocinio, per imparare a fare il giudice.
La colpa di Galli è quella di aver svolto bene l’indagine assegnatagli e di aver quindi individuato ed in parte sgominato un’organizzazione terroristica milanese. La motivazione pubblicizzata ovviamente fu altra: col suo impegno tendeva a migliorare l’efficacia del lavoro dei magistrati. Impediva, in altre parole, il fantomatico salutare conflagrare delle contraddizioni, in nome del quale tanti altri crimini assurdi sarebbero stati commessi.
L’assassinio di Galli sconvolge tutta la magistratura milanese, tanto più che avviene a stretto giro di altre morti eccellenti: quella di Emilio Alessandrini (29 gennaio 1979), pubblico ministero di Piazza Fontana, e quella di Giorgio Ambrosoli (12 luglio 1979), commissario liquidatore delle banche insolventi di Michele Sindona, “il più potente banchiere privato italiano e il massimo esponente della finanza cattolica”[15].
E lo squarcio di un tunnel, fatto di timori, rabbia, frustrazioni, impotenza. Ma mentre molti colleghi chiedono il trasferimento in altre città o il trasferimento alla giustizia civile, Gherardo Colombo tace, resiste e, coinvolto dai giudici istruttori Gianni Galati (poi passato a Roma) e Giuliano Turone (in seguito suo amico fraterno), si presta all’attuazione di uno schema operativo, studiato dallo stesso Galli e mirante a rafforzare il fronte delle indagini e la sua capacità di impatto.
I tre inquirenti seguono tre inchieste, che vertono su Sindona e che sono collegate tra loro, da titolari di una sola e nel contempo sostituti delle altre due.
Così affrontano l’omicidio Ambrosoli, di cui risulterà mandante Sindona, le minacce denunciate da Cuccia, ritenuto da Sindona il responsabile principale del suo fallimento, e la presunta scomparsa di Sindona stesso, che si rivelerà poi un autorapimento. Di qui nuova linfa, coraggio, la determinazione a scoprire la verità, una vera e propria rinascita, perché le morti dei giusti non siano vane: ” Il sangue di Giorgio Ambrosoli è stato uno dei semi della rivolta contro la gestione occulta del potere e della corruzione che l’accompagna”[16].
Con questa strategia ed un metodo scientifico che si affida alle probabilità più che alle ipotesi, di scoperta in scoperta si mettono a fuoco, tra l’altro, i rapporti di Sindona con Licio Gelli, e si scopre a Castiglion Fibocchi, la Famosa Loggia P2, con la lista di 962 iscritti, tra cui tutti i vertici dei servizi segreti, tre ministri, molti parlamentari (anche il segretario dell’allora presidente del Consiglio, Arnaldo Forlani), direttori di giornali e giornalisti comuni, magistrati, prefetti, imprenditori (tra cui Silvio Berlusconi), generali. Sarà definita all’inizio dai “Saggi” nominati da Forlani (dopo inverosimili pantomime decisionali), uno “Stato nello Stato” per poi diventare, dopo il trasferimento delle indagini a Roma e molti tagli e sfrondature, poco più di un filantropico circolo culturale.
Dimenticato completamente dall’opinione pubblica (ma non forse da qualche suo aderente che cercherà in futuro di riprenderlo), il Piano di rinascita democratica, cioè il programma politico sequestrato nel 1981 alla figlia di Gelli, Maria Grazia, e che prevedeva tra le riforme principali, la subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo e il ridimensionamento dei sindacati, al clou negli anni Sessanta, col rischio che veramente potessero far progredire la classe base, da sempre buona solo per essere sfruttata.
Continuano e talora si sommano i suoi incarichi. Dal 1987 al 1989, fa parte della Commissione che esamina i materiali riguardanti importanti processi contro il crimine organizzato (nell’ambito della riforma del Codice di Procedura Penale da parte del Ministero di Grazia e Giustizia).
Dal 1987 al 1990 partecipa in qualità di osservatore - per conto della Società Internazionale di Difesa Sociale - alla Commissione di esperti per la Cooperazione internazionale nella ricerca e nella confisca dei profitti illeciti.
E dal 1989 è Pubblico Ministero presso l’Ufficio del Procuratore Generale di Milano. Contemporaneamente è consulente per la Commissione Parlamentare di Inchiesta sul terrorismo in Italia(1989- 1992), e per la Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla mafia (1989-1993). Accetta questi incarichi, spinto dall’interesse di vedere dall’ interno il mondo del palazzo e il modo di lavorare dei parlamentari.
L’esperienza nella Commissione sulle stragi e il terrorismo sarà per lui deludente al massimo perché ne scopre l’inutilità ai fini istituzionali, e l’utilizzo prevalente “per macinare acqua, perché nulla fosse portato a termine e tutto perennemente in corso”[17]. In pagine memorabili ne descriverà la surreale iperattività sempre cangiante, mutante, ritornante su molteplici casi, che talora si esibisce anche in arditi balletti interpretativi per rimanere sempre e solo serbatoio di notizie “strumentali a giochi che si conducevano su altri tavoli in un rapporto di dare e avere” continuo. Preziose dunque nel mercimonio della politica.
In seguito, su richiesta dei dirigenti della Procura (Gerardo D’Ambrosio e Saverio Borrelli) Colombo affianca Antonio Di Pietro nel caso Mani Pulite (ai due in seguito si unirà. anche Pier Camillo Davigo). E’ l’aprile del 1992. Anno cruciale che vedrà le morti di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino e , nell’ambito di Mani pulite, i suicidi di due importanti esponenti del Psi; l’informazione di garanzia a Bettino Craxi. La tensione è al massimo e Colombo, già propenso alla costruzione di una società paritaria, “orizzontale” che impone nuovi comportamenti, si convince che non può essere il carcere la risoluzione del problema e avanza un’idea straordinaria: l’esenzione dalla detenzione in carcere per chi avesse confessato, restituito il denaro ricevuto e si fosse allontanato per un po’ dalla vita pubblica. Questo gli varrà la scomunica generale. Che se lo deprime, certo non lo abbatte tant’è che, quasi fosse una memoria difensiva, nel 1993 sente il bisogno di appuntare tutte le sue esperienze professionali intrecciandole a quelle personali “perché sono rigorosamente interdipendenti”[18], nel senso che il modo di condurre la sua professione è legato alla sua educazione, alla sua cultura, alla sua weltanschauung. Nasce “Il vizio della memoria”, dove serpeggia ovunque l’amarezza e l’ esasperazione per l’assoluta mancanza di volontà politica a collaborare: “Impressiona e delude la coscienza civile, prima ancora di mortificare l’impegno professionale, il fatto che in questi anni non sia stata adottata una legge, un provvedimento che faciliti le indagini o che renda più difficile, per quanto è possibile, la corruzione”[19].
In seguito alla decisione di Antonio di Pietro di dimettersi, in coincidenza con l’interrogatorio di Silvio Berlusconi previsto per il 26 novembre 1994, a seguire l’inchiesta Mani pulite rimane solo lui e Davigo, affiancati poi l’anno successivo da Ilda Boccassini, (con cui Colombo seguirà in particolare i processi l’IMI-Sir/lodo Mondadori/SME e contro le toghe sporche, i giudici corrotti da Previti). Le indagini si protraggono fin verso il 1997-98, tra la crescente disaffezione del pubblico influenzato da mass media distratti da processi più spettacolari.
I corrotti vengono riabilitati e passa il momento generale di speranza che veramente la legge fosse uguale per tutti. C’è in giro tanta inconscia rassegnazione e la voglia di voltar pagina per ritornare a come si era prima, preda di una politica immorale.
Sempre più forte invece in Colombo il senso di frustrazione e la consapevolezza, in concomitanza delle tortuose e squallide vicende della Bicamerale 1997-98, che miravano a paralizzare la magistratura, che il caso di Tangentopoli fosse solo la punta di un iceberg della corruzione tutto da scoprire e tenuto saldo dalla condizione diffusa (a destra e a sinistra) di essere ricattabili. Dirà Colombo in un’intervista[20]: «Nel metabolismo politico-sociale del paese ci sono ancora le tossine che consigliano di realizzare le nuove regole della Repubblica non intorno al conflitto trasparente, ma al compromesso opaco. E un passaggio chiave è la Bicamerale […]. Chi non è stato toccato dalla magistratura ha scheletri nell’armadio e si sente non protetto, debole perché ricattabile. La società del ricatto trova la sua forza, appunto, su ciò che non è stato scoperto».L’attacco alla Bicamerale gli varrà una pioggia di insulti, soprattutto dalla sinistra. Sarà considerato , «fanatico» , «caso psichiatrico», , «piccolo borghese eversivo», incapace di condurre inchieste obiettive», «paranoide» [21].
Riceve denunce e querele e il ministro Flick, su sollecitazioni del Pds e di Forza Italia avvia un procedimento disciplinare (il terzo, dopo quelli condotti da Mancuso). Tutte azioni che non avranno un seguito.
Lui ancora una volta ne uscirà indenne. La bicamerale verrà sciolta nella primavera del 1998, senza riuscire a svolgere quel ruolo ” di lavatrice, o addirittura come succedaneo dell’amnistia”[22].
Colombo, tenace come sempre, continua il suo operato, ma sempre sotto scorta, dal 1981 (tranne brevi periodi), in costante libertà vigilata, impedito di fatto ad applicare il diritto fino in fondo, rafforza sopite

propensioni e si orienta decisamente alla sua teorizzazione. Medita la svolta personale, in piena coerenza coi suoi principi.
Risale comunque al marzo 2005 l’ultimo incarico, Consigliere presso la Corte di Cassazione, che conferma in lui, al di là delle aspettative, tutte le personali convinzioni sulla palude operativa: i giudici, pur

capaci ed efficienti, possono fare poco, perché hanno a che fare con “un impressionante numero di cause da trattare in poco tempo, scarsi mezzi, mancanza di stanze[23]”. Tritano acqua ancora. E a febbraio

del 2007 le dimissioni.
E costretto, abbiamo anticipato, a farlo, ma non rinuncia al suo sogno di perseguire la vera Giustizia, che, stante la situazione attuale, va ribadito, non può essere conseguita che con l’educazione permanente

della collettività, a cominciare dai giovani. Di qui la dedizione a tenere ovunque corsi, lezioni, conferenze sulla legalità.
Sull’importanza delle regole (argomento del suo ultimo libro[24]), che vanno assolutamente rispettate. Per superare la schizofrenia di un paese con leggi improntate ad una società che definisce “orizzontale”, e

in cui rientra appieno la nostra Costituzione nel senso che punta sul riconoscimento e rispetto dell’altro, ma organizzato secondo le regole della società “verticale”, selettiva, iniqua, corrotta.
[1] Gherardo Colombo, Il vizio della memoria, Feltrinelli, Milano 1996, pag.12
[2] Luigi Ferrarella, Colombo lascia: vedo riabilitati i corrotti, «Corriere della Sera», 17 marzo 2007
[3] Enzo Biagi, Le regole la mia legge, «L’espresso», n.15, 2007
[4] Daniela Gaudenzi, Il trionfo della coerenza, «http://www.centomovimenti.com/», 20 marzo 2007
[5] Ibidem
[6] Ibidem
[7] A.Fab., L’addio di Colombo. I ritardi di Prodi, «Il manifesto», 18 marzo 2007
[8] Marco Travaglio, Il giudice che preferisce il conflitto trasparente al compromesso opaco, «L’Unità», 18 marzo 2007
[9] Luigi Ferrarella, Colombo lascia: vedo riabilitati i corrotti, «Corriere della Sera», 17 marzo 2007
[10] Piero Sansonetti, L’idea di legalità di Gherardo Colombo, «Liberazione», 18 marzo 2007
[11] Gherardo Colombo, Il vizio della memoria, Feltrinelli, Milano 1996, pag.31
[12] Ibidem, pag. 27
[13]Ibidem, pag. 12
[14] Nell’ambito dell’ “Associazione nazionale magistrati italiani” (scomparsa “L’Unione magistrati italiani”), le correnti erano: Magistratura indipendente; Terzo potere; Impegno costituzionale; Magistratura Democratica.
[15] Ibidem, pag. 37
[16] Ibidem, pag. 40
[17] Ibidem, pag. 121
[18] Ibidem, pag. 7
[19] Ibidem, pag. 154
[20] Giuseppe D’Avanzo, Colombo: Bicamerale figlia del ricatto, «Corriere della Sera»,22 febbraio 1998
[21] Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio,Mani pulite la vera storia, Editori Riuniti,
http://www.manipulite.it/inciucio_bicamerale.
[22] Ibidem
[23] Luigi Ferrarella, Colombo lascia: vedo riabilitati i corrotti, «Corriere della Sera», 17 marzo 2007
[24] Gherardo Colombo, Sulle regole, Milano, Feltrinelli 2008

Diego Marconi, Per la verità. Relativismo e filosofia, Torino, Einaudi 2007, p.172L
La verità nella sua umile realtà
recensione di Nadia Cavalera

Ammettiamolo. La verità, eccezion fatta per il campo etico e religioso, dove poche sono le giustificazioni considerate, in modo più o meno unanime, stabili, c’è, esiste. Non cadiamo preda dei vari relativismi, dello scetticismo e del nichilismo che la negano, ma manteniamoci sulla linea del più sano e saggio realismo. «Tutti i giorni abbiamo bisogno della verità ed è un bisogno spesso soddisfatto» (p.157).
Questa la conclusione del filosofo Diego Marconi che, alla fine del suo saggio, rilancia e ribadisce quanto già avanzato in fase iniziale. Nato dalle “Lezioni veneziane”, richiestegli da Luigi Perissiniotto (per conto del Dipartimento di Filosofia e Teoria delle Scienze dell’Università di Venezia), e tenute nel dicembre 2006, è stato sistemato in libro nel 2007, presso Einaudi, col titolo eloquente Per la verità, e secondo il più lineare e serrato impianto argomentativo. Ne è conferma la struttura interna in tre capitoli: il primo, “Verità”, dedicato all’esposizione del problema ed enunciazione, tra i tanti distinguo, della propria tesi; il secondo, “Relativismi”, alla trattazione delle posizioni antitetiche dei molteplici relativismi, corredate dalle loro motivazioni, qua e là smussate (con puntuali riferimenti e continui commenti di citazioni) dall’autore, che le confuta del tutto nel terzo capitolo, “La paura della verità”, dove soffermandosi in particolare sul relativismo morale, l’autore chiarisce la causa per cui si ha paura della verità e la si nega. Segue un’ “Appendice” che presenta due argomentazioni (condivise, pare, da molti filosofi), che tendono ulteriormente a stabilire la differenza tra il concetto di verità e quello di giustificazione.
Argomento principe questo della prima parte del saggio. A favore della verità Marconi si schiera subito, facendo propria la linea del realismo a partire da Barry Stroud, per cui “una buona parte del mondo che diciamo di conoscere c’era molto prima che ci fossimo noi, e una parte di esso ci sarà ancora quando noi non ci saremo più” (p.4). Noi non abbiamo motivo di dubitarne. A supporto cita fatti tratti dalla cronaca più recente come il caso di Ustica, di cui non sapremo forse mai la verità, ma ciò non deve escludere che una verità ci sia. Così la considerazione sui pianeti dell’Universo, di cui mai riusciremo probabilmente a sapere il numero esatto, ma ciò non può impedirci di ritenere che l’asserzione “I pianeti dell’Universo sono n” sia vera per un qualche numero n giusto da stabilire.
In questo modo il concetto di verità combacia col principio del logico polacco Alfred Tarski per cui “E’ vero che P se e soltanto se P” (p.6). Cioè, per rimanere all’esempio di Ustica, “se è vero che l’aereo di Ustica è stato abbattuto da un missile allora l’aereo di Ustica è stato abbattuto da un missile; e se l’aereo è stato abbattuto da un missile - se così sanno le cose - allora è vero che è stato abbattuto da un missile” (ivi).
Di qui la necessità di rigettare qualsiasi compromesso verbale, in cui il concetto di verità non trovi piena corrispondenza nei fatti. Come avviene in un pronunciamento della Corte Costituzionale del 1998, dove, a proposito del processo penale, il fine diventa non più la ricerca della verità, ma soltanto “l’accertamento giudiziale dei fatti di reato e delle relative responsabilità” (p.8). Come a dire che i due momenti non coincidono e la verità è qualcosa al di sopra “dell’umile dominio dei fatti”. A meno che, come suggerisce l’autore, non si voglia interpretare questo passo nel senso che “il processo lavora coi mezzi che ha a disposizione ed è possibile che le sue conclusioni, pur essendo giustificate, non siano vere” (p.8).
Ma cos’è la giustificazione? Ed ecco quindi Marconi soffermarsi a distinguere tra ‘vero’ e ‘giustificato’ (mai sinonimi), tra le asserzioni giustificate (che danno buone ragioni per far pensare che siano vere) e quelle che possono risultare vere ma non giustificate (per una pura casualità). Ed ancora tra le asserzioni vere, ma non asserite da nessuno, e quelle giustificate ma non vere (come le vecchie teorie scientifiche), che per induzione ci portano a credere alla possibilità che molte asserzioni oggi giustificate un domani potranno non risultare vere, ma false. Nel mare magnum delle giustificazioni individua tre possibili sensi di giustificato:
1. quando una credenza o asserzione è argomentata, cioè non è un dogma, ma è sostenuta da un ragionamento basato su premesse. Così che giustificato equivale ad argomentato, a prescindere dalla validità della premessa e della sua forma.
2. quando un’asserzione è derivata in modo convincente da premesse plausibili, così che in questo ambito “potremmo riconoscere che teorie o asserzioni false sono tuttavia giustificate” (p.11).
3. quando una credenza o asserzione sono non solo giustificate, ma vere. Autentiche così che comportano necessariamente la verità. In questo ambito “non ci sono giustificazioni, buone, cattive, migliori o peggiori di altre, ma solo giustificazioni, effettive e giustificazioni apparenti (che non sono affatto giustificazioni)”(p. 13).
Quale il rapporto di questi concetti di giustificazione con quello di verità? I primi due comportano “che una proposizione possa essere giustificata senza essere vera; il terzo lo esclude, ma solo perché incorpora la verità della proposizione giustificata nel concetto stesso di giustificazione” (ivi).
Da taluni, nelle discussioni sul relativismo, i concetti di verità e giustificazione possono essere confusi, come quando, ritenendo che le giustificazioni siano figlie del tempo si pretende di estendere questo status anche alla verità, aderendo così ad una “versione storicistica del relativismo sulla verità” (p.15).
Comunque il concetto di giustificatezza per alcuni filosofi tra cui Bernard Williams, presuppone quello di verità, in quanto il dire che un’asserzione è giustificata rimanda alla nostra disponibilità a ritenerla vera.
Quanto alla conoscenza, può essere una credenza giustificata? Per Platone sì, per molti altri filosofi no, anche se quasi tutti sostanzialmente ritengono che la verità e giustificatezza siano componenti necessarie della conoscenza. Che rimane altra cosa dalla credenza e dall’opinione.
Giusto gli scettici ritengono che «quelle che consideriamo conoscenze potrebbero non essere vere» (p.24). Ma cos’è lo scetticismo? per John L.Austin “una distorsione del significato normale di ‘conoscere’ e ‘sapere’”(p.24) e per Ludwig Wittgenstein qualcosa di “ozioso”, in particolare il dubbio scettico è “ozioso”. Già queste opposizioni, secondo Marconi, precludono notevolmente la possibilità di voler sostenere seriamente lo scetticismo. Cioè di dare credibilità a chi pensasse che la tesi scettica - «Non abbiamo né possiamo avere alcuna conoscenza »- sia senz’altro vera. A meno che non si voglia sostenere solo che non ci sono conoscenze assolutamente certe. Ma qui evidentemente, ricorda l’autore, siamo di fronte ad un’altra confusione: quella tra conoscenza e certezza.
Per chiarirla Marconi ricorre di nuovo a Wittgenstein, alla distinzione da lui fatta fra l’uso soggettivo e oggettivo di certo e certezza, per cui l’una non è conoscenza e non implica la verità dei contenuti su cui verte, mentre l’altra dovrebbe essere l’impossibilità dell’errore, ma più spesso è intesa come non rivedibilità. Caratteristica questa contestata da Quine, Karl Popper e altri che hanno insistito sul fatto che “non possiamo in nessun caso escludere di trovare un giorno che c’è ragione di abbandonare anche le credenze che oggi ci sembrano più salde e meglio giustificate” (p.31).
Così che si può dedurre che abbiamo oggi credenze che consideriamo conoscenze ma non lo sono.
Non ci sono conoscenze certe dunque, ma questo non implica che non ci siano conoscenze, né che non siamo in grado di giustificare nessuna credenza come vera, né che la verità sia per noi inaccessibile.
Ma “il cuore dello scetticismo rimane nell’idea che nessuna giustificazione è tale se non è dimostrabilmente capace di resistere a ogni obiezione possibile” (p.32). Come quella di essere in sogno “o di essere cervelli in un bagno organico collegati ad un computer” (p. 33).
Dubbi irragionevoli e imbarazzanti legati giusto allo scetticismo.
Ma nonostante molti comuni mortali con Stroub diano per scontato che ciò che hanno ragione di asserire sia in effetti vero e ciò che hanno ragione di negare sia in effetti falso, considerando la verità “cosa del tutto banale” (p.35), molti filosofi, invece, o per la confusione tra conoscenza e certezza, o perché si riferiscono a questioni religiose, filosofiche, etiche o politiche (estremamente controverse e con argomentazioni non del tutto convincenti), hanno molto drammatizzato la realtà, nel senso che ne hanno fatto qualcosa di inattingibile, o che si può giusto ricercare .
Come a dire che hanno esteso l’inaccessibilità delle verità etiche o religiose alla verità tout court. E potenziando il valore della ricerca, a scapito della conoscenza, già Gotthold Ephraim Lessing ha potuto scrivere nel 1778 “Non la verità ma il sincero sforzo per giungervi determina il valore dell’individuo” (p.44) . Una “nobile sciocchezza” commenta Marconi, in quanto, “dalle chiavi di casa alla terapia efficace del carcinoma ovarico, si cerca per trovare” (ivi), per cui si è solo di fronte ad una razionalizzazione di possibili modesti risultati, persino controproducente in quanto fa di un’azione forse vana, un’azione decisamente sciocca.
Nel secondo capitolo Marconi affronta il relativismo, termine con cui si indica “una varietà sterminata di posizioni e atteggiamenti” (p. 50) , cercando di mettere ordine nella questione, ma appoggiandosi alla tradizione filosofica non italiana, galleggiando questa nell’indistinto.
Partendo dalla tesi relativistica sulla verità, per cui “non ci sono asserzioni o credenze semplicemente vere: ogni asserzione o credenza è vera per X, e spesso non per Y” (p.50) (comprendendo in questi simboli non solo persone, ma epoche storiche, concezioni del mondo ecc…), considera il fatto in sé scontato, neppure forma di relativismo, né posizione filosofica. Più interessante, invece, ma lontana sempre dal relativismo, gli appare, passando per una formulazione che ne dà Michel Foucault, la tesi che i criteri di verità possano essere o siano di fatto diversi per X e Y.Per Marconi il relativismo si configura quando si nega la presenza o la sola possibilità di metacriteri “cioè di criteri per giudicare della superiorità o inferiorità dei criteri di verità; e che quindi è impossibile sostenere non arbitrariamente che certi criteri sono i migliori di tutti (sono quelli giusti, mentre gli altri sono sbagliati):” (p.52).
E’ questo il caso del relativismo epistemico, forse la forma più diffusa del relativismo, che annovera al suo seguito filosofi importanti quali Wittgenstein e Ian Hacking. Tuttavia per Marconi, “non coincide con il relativismo sulla verità, né lo implica”. Segue solo “una concezione epistemica della verità, che identifica verità e giustificatezza”. Concetti per Marconi “diversi e distinti anche nell’estensione”.
Quanto al relativismo concettuale, per il quale il modo in cui le cose stanno è accessibile solo attraverso una qualche concettualizzazione, se il suo punto di forza è individuato nell’idea che certe possibilità sono configurabili in uno schema concettuale ma non in un altro, presenta poi una implicazione controintuitiva nella dipendenza della verità dalla mente: “Il sale non era cloruro di sodio prima della creazione della chimica?” si chiede. Rigetta quindi la conclusione di Richard Rorty e Martin Heidegger “che in un mondo senza menti nulla è vero” in quanto “in un mondo privo di menti niente e nessuno avrebbe accesso ad alcuna verità, ma questo non vuol dire che niente sarebbe vero di quel mondo”(p. 69).
Sono questi due relativismi i protagonisti nell’attuale dibattito pubblico, circa la concezione postmodernista e i suoi fondamenti, e soprattutto la nozione di fatto e la sua legittimità.
Ma se i fatti per Giorgio Volpe “non sono un’invenzione dei filosofi: ricorrono frequentemente nei nostri discorsi” e per Marconi vi ricorrono anche “in modo umile”, per i pensatori ermeneutici e postmodernisti (già prima in altro modo per gli idealisti) non esistono, ma sono solo “artefatti di processi interpretativi che si svolgono sullo sfondo di tradizioni concettuali del tutto contingenti” (p.70). In quest’ambito ruotano, tra i tanti, a cominciare da Nietzsche (la cui asserzione “non ci sono fatti solo interpretazioni” è diventata uno slogan postmodernista), Alessandro Ferrara e Gianni Vattimo, alcune dichiarazioni dei quali lasciano pensare a Marconi che loro non si riferiscano agli umili fatti in cui incorriamo tutti i giorni, ma ad un’altra specie di fatti, “essendo stati dichiarati «fatti» anche fenomeni molto complessi come la crisi delle ideologie, l’impraticabilità del punto di vista metafisico e lo stesso relativismo”(p.72).
Cadendo comunque in contraddizione tant’è che Marconi avanza il sospetto che “l’argomentatore post-moderno si conceda di appellarsi ai fatti tanto quanto l’argomentatore non post-moderno, salvo ricordare, a chi per contrastare le argomentazioni postmoderniste si appelli a sua volta ai fatti (magari di un genere più tosto), che non ci sono fatti, ma solo interpretazioni”(p.80).
Dopo aver sgombrato il campo dalla possibilità che il relativismo epistemico (peraltro posizione “filosoficamente difendibile”) possa avere a che fare con la verità, sempre che non si voglia percorrere la strada impraticabile della coincidenza di verità con giustificatezza, Marconi sottolinea che il relativismo concettuale invece riguarda la verità, anche se non riesce a “dissipare del tutto l’intuizione realista”(p.82). E tirando in ballo l’esempio del sale, cloruro di sodio oggi e anche al tempo dei Greci, sottolinea la necessità di distinguere tra la verità di una proposizione e la sua accessibilità che non la compromette. E comunque la discussione per lui rimane aperta.
Tutti i casi trattati da Marconi sono finalizzati a ” far vedere che le conclusioni non seguono dalle premesse esplicitamente o tacitamente invocate per suffragarle” (p.83).
Questo per quanto riguarda il relativismo attinente alle cose come stanno, e che è poco popolare. Più diffuso invece il relativismo attinente al modo in cui dovrebbero stare, cioè l’ambito dei fini dei valori, il campo dell’etica.E chi crede che ci siano valori assoluti è da considerare un pericoloso dogmatico o un «fondamentalista».
Comunque anche il relativismo morale per Marconi è “difficile da formulare in maniera coerente e convincente” (p. 84).
Vi si schiererà contro nell’ultimo capitolo, dopo aver trattato della pluralità (come fatto, ma anche valore) e in particolare di quello che lui chiama pluralismo «dei Cento Fiori»”. Una denominazione che è già un programma per la posizione di Marconi in merito. Infatti la campagna dei Cento fiori è stata quella lanciata in Cina da Mao Zedong in un discorso del 2 maggio 1956 («Che cento fiori fioriscano che cento scuole gareggino») in cui invitava alla libera espressione, e degenerata poi in una repressione dei dissenzienti, l’anno successivo, nella cosiddetta “Campagna Antidestra”.
Ora la pluralità dovrebbe essere un bene perché aumenta le possibilità di scelta, quindi la libertà e perché il confronto dovrebbe migliorare le diverse alternative e soprattutto dare la possibilità di scelta in base alle proprie preferenze. Ma se queste fossero negative? Se fossero quelle di un serial killer? Allora Marconi ritiene che l’unico argomento valido per il pluralismo dei Cento fiori vada individuato in quello negativo: a prescindere da ciò che sia la pluralità, sopprimerla sarebbe certamente un disvalore. Così che “il pluralismo dei Cento fiori è parte integrante del sistema dei valori che si considera alla base dei sistemi politici di democrazia liberale.” (p.94). Ma presenta notevoli restrizioni, anche nella comunità scientifica così che, conclude Marconi, esso ” è di fatto invariabilmente circoscritto, e i limiti della sua applicabilità sono oggetto di un negoziato permanente.” (p.97).
Su un punto è certo: il pluralismo dei Cento fiori non è necessariamente relativistico, nel senso che non si ritiene che le alternative abbiano tutte lo stesso valore. Anche se spesso si parla di pluralismo per intendere l’equivalenza delle alternative, senza un argomento convincente, solo per intendere che non devono essere confrontate né disposte in una gerarchia di migliore e peggiore. Probabilmente per evitare esecrabili rischi di etnocentrismo.
Ma dato che il confronto oggi è inevitabile (per le distanze pressoché abolite), che fare? Marconi suggerisce di ignorare le chiacchiere multiculturali ed incentrarsi su un confronto serio fondato su conoscenze.
Solo a quel punto, ci si potrà schierare per l’equivalenza sostanziale delle società e delle culture o prendere atto delle differenze e comportarsi di conseguenza.Per cui la posizione del pluralista dell’equivalenza intesa “come rifiuto aprioristico della discussione sui meriti rispettivi delle diverse società” (p. 100) è per Marconi, “gratuita e indifendibile”, in quanto “motivata dalla paura delle conseguenze più che da ragioni filosofiche, antropologiche o di altro genere.” (ivi) Né si può ridurre la scelta tra diverse alternative (etiche, religiose ecc) a frutto di una preferenza soggettiva che così non accamperebbe “ragioni ma soltanto cause”. Questo deresponsabilizza, e non implicando alcun giudizio di valore su ciò che viene scelto, impedisce la discussione: “la riduzione di tutte le scelte a questioni di gusti equivale - precisa Marconi - alla radicale soggettivazione dell’ambito della vita pratica e alla sua sottrazione alla discussione.” (p.102). Per due motivi: liberarsi dalla responsabilità di difendere la propria posizione e di giudicare gli altri, e per un certo scetticismo di fondo che la discussione possa procedere razionalmente, di fronte ad un dissenso.E se in qualche ambito questo atteggiamento è difendibile (ci può liberare dalle guerre di religione o da altre nefandezze), diventa inaccettabile quando lo si estende a ogni questione discutibile, ingenerando una sorta di “universale soggettivismo adolescenziale (io la vedo così, tu la vedi diversamente: siamo diversi), espressione di insicurezza delle proprie opinioni e timore del confronto travestiti da filosofia “(p.104).
Comunque, a prenderlo alla lettera, anche il pluralismo dell’equivalenza, per Marconi, non è necessariamente collocabile tra i relativismi, mentre la concezione soggettivistica dei valori (qualcosa che sembra buono a qualcuno non ne fa un valore per qualcun altro) porta con sé il relativismo. Ma anche, come sviluppo naturale, il nichilismo, nel momento in cui i valori diventano preferenze, determinate da una storia causale, non da un valore intrinseco dell’oggetto a cui si rivolgono.
Il nichilismo “abolisce la dimensione morale dell’esistenza e svuota il vocabolario dell’etica” (p.118). E non è la sola via al riconoscimento della pluralità dei valori. Che ci sono e persistono talora in una sola persona. Marconi ricorda il caso di Oreste, Antigone, Amleto, il Cid, “figure di opposizioni per valori al momento vincolanti”(p.119).
Ma se filosofi come Stuart Hampshire e Isaiah Berlin tendono ad equiparare questi conflitti a quelli tra diversi sistemi morali, Marconi ne dissente, in quanto questi riguardano valori riconosciuti dagli uni, ma non dagli altri e vedono in contrapposizione persone che aderiscono a valori diversi e incompatibili, mentre i conflitti interni alla persona sono universalmente riconosciuti.
Per il relativista morale, l’umanità ha un solo corpo e le forme di vita diverse dalla nostra e i valori altrui non sono giudicabili per il fatto che non esiste un punto di vista superiore da cui giudicarli. Come il relativista epistemico non crede che ci siano metacriteri in base ai quali decidere quali criteri di verità sono quelli giusti, anche il relativista morale ritiene che le forme di vita con i sistemi morali che ne discendono, non siano oggetto di giudizio morale.
Così che entrambi, in mancanza di ragioni, predicano la tolleranza universale, peraltro considerata una contraddizione in quanto tesi assolutistica. Infatti comporta il rispetto anche dell’intolleranza e dell’indulgenza universale così che il relativismo morale risulta essere non solo una “posizione teorica difficilmente difendibile” ma “moralmente riprovevole”(p.130). Né se ne può uscire con dei distinguo non contemplati dalla sua posizione e che farebbero del relativista morale altra cosa da quello che vorrebbe essere.
Per Marconi è “certamente possibile comprendere valori diversi dai nostri, cioè capire quali forme di vita ispirano e quali comportamenti orientano e forse è anche possibile come sostiene Berlin, capire come sarebbe vivere alla luce di quei valori, specialmente, nel caso di valori che non ripugnino più di tanto alla nostra sensibilità morale” (p.136).
Né questa posizione può considerarsi relativista, chiarisce l’autore, in quanto non solo riconosce altri valori che non sono i nostri ma riesce ad integrarli in una discussione in cui quei valori vengono messi a confronto con altri. “Il rispetto astensionista predicato dai relativisti è una posizione debole e perdente, che non si riesce a sostenere a lungo perché i valori esigono di essere messi al confronto” (p.137). Ed è una posizione anche “irrispettosa” perché “equivale a prendere gli altri meno seriamente di quanto prendiamo una parte di noi stessi” (p.137).
La realtà va accettata per quello che è. Si può certo dubitare, ma, una volta accertati i fatti, bisogna trarne le conseguenze. Per il nostro bene. Non farlo sarebbe irragionevole. Eppure, si sorprende Marconi, alcuni filosofi ci spingono ad una diffidenza estrema che ci renderebbe la vita impossibile. Invece, concorda con Paul Grice, che gli scambi comunicativi sono basati tra l’altro sul presupposto che i nostri interlocutori siano sinceri e “pensino di avere buone ragioni per affermare ciò che affermano”(p.140). Anzi Marconi va oltre: “noi non supponiamo soltanto che i nostri interlocutori siano sinceri, cioè che pensino di dire la verità, ma supponiamo che siano veridici, che dicano in effetti la verità” (p.140). Come non fidarsi degli orari dei treni, dei prezzi al supermercato e così via? si chiede.
Chi diffida ad oltranza, non solo delle umili realtà quotidiane ma anche delle proposizioni scientifiche sono i nietzschiani. Secondo Marconi, per più motivi. Tre in particolare: l’atteggiamento infantile (so che molte proposizioni scientifiche sono vere, ma rivendico il diritto di prescinderne); l’atteggiamento risentito (la scienza mi fa sentire escluso e impotente); l’atteggiamento foucaultiano - ispirato a Foucault e indirettamente a Nietzsche - (la scienza mi coinvolge per opprimermi, e le asserzioni scientifiche non sono motivate da una aspirazione alla verità - peraltro mitica- ma dalla loro funzionalità al mantenimento del potere stabilito).
Già i motivi consistenti in atteggiamenti più che in argomenti fanno sì che siano “materia di psicologia più che di filosofia”(p.143). Giusto il motivo foucaultiano potrebbe essere un argomento che comunque
Marconi confuta in quanto “il coinvolgimento in operazioni di potere e di controllo sociale riguarda (eventualmente) la genesi delle proposizioni scientifiche, ma non la loro giustificazione, e quindi non tocca il loro statuto di conoscenze” (p.143).
Nei confronti delle pretese di verità non è la diffidenza nei confronti della scienza l’esempio più significativo di disagio. Maggiore è la diffidenza in campo etico e etico-religioso e quindi nei riguardi delle pretese
di verità etica e religiosa. Per più motivi. Marconi ne riporta tre: la ripercussione diretta sul comportamento (se si tratta per es. della liceità dell’aborto o delle varie forme di fecondazione assistita) e dove più facilmente troverebbe applicazione il motto nietzschiano di Vattimo, «C’è qualcuno che, in nome della verità mi vuol far fare ciò che non voglio»; l’inquietudine che suscitano perché spesso causa di violenza (persecuzioni, guerre ecc); l’opinabilità delle stesse che le fa essere oggetto di molte contestazioni. Tant’è che ben poche asserzioni sono riconosciute giustificate per cui pochi pensano di conoscere verità in questi campi. Il guaio è che in questa legittima diffidenza viene coinvolto anche il concetto di verità in quanto tale. “Che non è rinunciabile - ribadisce Marconi - e anche le forme più convincenti di relativismo non riescono a indurci a farne a meno” (p.146). Tanto meno “il relativismo scettico” rilanciato nel 2006 sul «Sole 24 ore» da T. Gregory, “quale premessa di tolleranza e di pace” (p.145). “Per essere tolleranti - ribatte Marconi - non c’è bisogno di pensare che la verità non esista o che la conoscenza sia impossibile: basta ricordare quali sono stati i frutti dell’intolleranza” (p.146). E qui sottolinea il valore delle argomentazioni, unico mezzo legittimo di confronto e “che vanno prese sempre al loro valore facciale: se sono cattive argomentazioni vanno respinte perché sono cattive; se sono buone, vanno accolte quali che siano le ragioni profonde e nascoste che hanno indotto a metterle in campo” (p 147).
Quelle addotte da Marconi, in chiara puntuta serie, per far chiarezza in quest’ambito del vivave dibattito pubblico, e a favore della sua tesi realista, a noi sembrano ottime

inserito dalla segreteria il 25 November 2008

risultati

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