: Risulati 2010
Premio Alessandro Tassoni 2010 - Vincitori - Motivazioni - Foto
I premi sono stati consegnati: a Maria Luisa Spaziani da Maia Grazia Scacchetti (Consigliere della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena); a Chiara Ingrao da Claudio Baraldi (Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Modena e Reggio Emilia); a Franco Vazzoler da Paola Di Pietro (vice direttrice della Biblioteca Estense Universitaria); a Luca Ferraro da Luca Bellingeri (direttore della Biblioteca Estense); a Arrigo Levi da Giorgio Pighi, Sindaco della città di Modena.
Durante la serata, presentata da Alessandra Serafini, la musicista Cristina Blarzino ha eseguito all’arpa “La source” di Hasselmans, “Premiere arabesque” di Debussy, “Chanson de la nuit” di Salzedo. L’attrice Daniela Fini ha letto alcune strofe dal canto VI de “La secchia rapita” di Alessandro Tassoni e brani tratti dalle opere vincitrici.; Nadia Cabvalera ha interpretato due poesie di M.L.Spaziani e “La philosophie dans le téatre” di Edoardo Sanguineti.
Arrigo Levi, Honoris Causa
Maria Luisa Spaziani, La radice del mare, Pescara, Tracce, 2009 (Poesia)
Chiara Ingrao, Dita di dama, Milano, 2009 (Narrativa)
Franco Vazzoler, Il chierico e la scena, Genova, Melangolo, 2009 (Saggistica)
Luca Ferraro, Tesi di Laurea, Dal funzionario di Dio alla marionetta. L’eroe epico a contatto con il mondo di prosa (relatore prof. Matteo Palumbo)
INEDITO (Scuole Superiori di Modena): Emma Ferrari (Istituto “Deledda”): “Io non mi inchino”.
.:
ARRIGO LEVI- HONORIS CAUSA -
MOTIVAZIONE
Appartenente ad una ricca e stimata famiglia ebrea, in città dal XVI secolo, da bambino pensava che in futuro avrebbe fatto l’avvocato, sulle orme del padre e del nonno, per mantenere la tradizione familiare, tanto più che il fratello Alberto, laureatosi in giurisprudenza a Pisa col massimo di voti, sembrava orientato alla carriera universitaria.
Ci credeva veramente il piccolo Arrigo, quando abitava, in corso Canalgrande 1, al secondo piano di una nobile casa (un antico convento) dai cornicioni in cotto cinquecenteschi e le volte affrescate, collegata con quella della nonna e della zia Nina, al primo piano, e lo studio del padre a quello rialzato.
Ma la vita ha deciso diversamente. E col primo articolo firmato nel giugno del 1942 su Italia Libera, a Buenos Aires, in Argentina, dove si era trasferito al seguito della famiglia dopo le leggi razziali del 1938, Arrigo Levi avvia una carriera giornalistica che l’avrebbe visto in seguito tra i maggiori rappresentanti del giornalismo della carta stampata e della televisione di tutto il Novecento d’Italia.
Con la sua ansia continua di conoscenza quasi enciclopedica, che l’ha proiettato nel mondo facendone un cosmopolita, dai tanti centri culturali, dalle tante lingue (conta ancora di imparare il giapponese, dalla forte fede laica forgiata dal libero pensiero e sostenuta dalla fiducia nel dialogo tra le religioni. Con la indefessa speranza in un “umanesimo supernazionale”, che avveri sempre il mondo dei giusti. Inciso nella sua coscienza dall’encomiabile esempio paterno.
Quale savio testimone del nostro tempo, la Giuria del Premio “Alessandro Tassoni” è onorata di conferire il riconoscimento “honoris causa” ad Arrigo Levi, tra il tanto altro modenese doc. (Nadia Cavalera)
Maria Luisa Spaziani, La radice del mare, Pescara, Tracce, 2009 (Poesia)
MOTIVAZIONE
Il tema del mare, caro a Maria Luisa Spaziani, e già trattato in altre raccolte, ne “La radice del mare”, scritto nel 1999 e saggiamente ristampato nel 2009 dalla casa editrice Tracce di Pescara, viene ripreso e sviluppato in 35 liriche bistrofiche (seguite da un apologo singolare), in maniera tale da assurgere a metafora della stessa vita e a esplicazione, nel contempo, della poetica dell’autrice.
Che qui si pone in posizione di vigile attento ascolto. E il mare è ora laboratorio primigenio, figlio del caos, dalle cui tenebre sugge luce; è ora padre e madre, in cui ritrovarsi alga o ameba, preistoria; è ora “strada maestra e insondabile barato”; è anima dalle molteplici maschere dietro cui scoprire i suoi segreti: i tanti tesori ma anche “mostri mai visti e galeoni d’oro”.
E l’autrice tra tuffi in questo fondo magma, e viaggi in barca sulla sua pelle, ne segue i ritmi, i palpiti, si ritrova “viva come mai prima”, addirittura “prima di ogni respiro”. Riscopre così “la memoria del futuro”, la bellezza di vivere, da fissare in parole che affiorano naturalmente, come “pesciolini rossi”. Ai quali l’autrice si dedica in maniera certosina, alla ricerca dell’epifania (la parola, è per lei l’unico Dio) di un qualche senso privato, personale, da spiazzare però con altri pesciolini/parole che suscitino ancora meraviglia e si prestino, sfuggendo alla presa, ad altri molteplici sensi, a nuove allegorie. “Oltresperanza”, “oltreragione”. (Nadia Cavalera)
Chiara Ingrao, Dita di dama, Milano, 2009 (Narrativa)
MOTIVAZIONE
Maria, dalle mani di fata, mani da pianista, da dattilografa forse, a fare l’operaia, appena dopo l’avviamento professionale. Francesca, l’amica inseparabile, volta verso una carriera di studi che la porterà alla laurea in legge. Il romanzo di Chiara Ingrao accetta fin dalla prima pagina, programmaticamente, di confrontarsi con lo scoglio più arduo della letteratura sulla fabbrica, dal Neorealismo in poi. La questione era già chiara a Calvino, nel 1948: “il problema è come sistemare quell’ingombrantissimo personaggio che per uno scrittore moderno è l’io”. Ancora alla fine degli anni Cinquanta Ottieri era stato drastico nel riproporre il corto circuito col quale dovevano per forza fare i conti quanti intendevano raccontare il mondo dell’industria: “L’operaio, l’impiegato, il dirigente, tacciono. Lo scrittore, il regista, il sociologo o stanno fuori [dalla fabbrica] e allora non sanno; o, per caso, entrano, e allora non dicono più”. La stagione di cui ci racconta Chiara Ingrao è un’altra, è quella segnata dall’autunno caldo del 1969, è la stagione della presa di coscienza, del “riscatto” del lavoro: la stagione, anche, marchiata a fuoco, per sempre, dalla strage di piazza Fontana. Sindacalista Fiom negli anni Settanta, l’autrice ha davvero vissuto dall’interno le vicende di cui racconta. Ma ha voluto, con scelta felice, mantenere distinti i due punti di vista. È Francesca che narra, è Francesca che vede. Ma il percorso di formazione che compie la giovane intellettuale, pure toccata dalla contestazione studentesca, segue dappresso la maturazione politica e anche la presa di coscienza femminista della sua compagna operaia. Una sorta di mutamento antropologico collettivo, scandito dalla lotta, dall’entusiasmo, ma anche dal dolore che comporta ogni conquista faticosamente acquisita, il dolore anche di anteporre l’impegno sindacale alla vita sentimentale. Una descentio ad inferos molto spesso cruda, nella rappresentazione della violenza morale e fisica subita dalle operaie della fabbrica, marcata nel titolo di ogni capitolo da un verso dell’Inferno. Il richiamo dantesco rimanda evidentemente ad una volontà epica – sia pure sul versante della storia “minore” – ed anche all’insistente ricerca pluristilistica, che Ingrao esprime in questo romanzo facendo cozzare aspramente i linguaggi: la controllata prosa diaristica di Francesca, il parlato romanesco delle lavoratrici, il gergo tecnico della fabbrica, il sindacalese quasi incomprensibile in prima battuta alle stesse operaie, la retorica delle assemblee studentesche. Ad emergere, in questo affollamento di registri, è soprattutto la voglia di parlare, la prise de la parole che il mondo della fabbrica riversava sul resto del paese. Il fatto che le operaie protagoniste del romanzo lavorino in un’industria di televisioni, come spiega l’autrice nei Ringraziamenti, è uno dei debiti che il racconto ha contratto con la “storia vera” (un topos letterario, però, dall’Ortis in poi). La scelta, tuttavia, si consegna al lettore anche con il suo peso allegorico, in un tempo in cui sembra smarrita la voglia di parlare, e la televisione – costruita da chi? – è ormai perennemente accesa a tacitare la voce. (Duccio Tongiorgi)
Franco Vazzoler, Il chierico e la scena, Genova, Melangolo, 2009 (Saggistica)
MOTIVAZIONE
Franco Vazzoler, professore di Letteratura teatrale italiana presso la facoltà di lettere e filosofia dell’Università di genova, ha approfondito nelle sue ricerche alcuni momenti fondamentali del teatro italiano dal Cinquecento ad oggi.
In questo volume – in particolare – è riuscito a cogliere l’originalità intrinseca del lavoro di Sanguineti per il teatro e con il teatro. Cinque capitoli che non vogliono proporsi come una “monografia” definitiva e definitoria sul teatro di Sanguineti bensì nella più garbata forma di “(as)saggi” tesi a sondare per temi e problemi la produzione drammaturgica e la riflessione critica di Sanguineti sul teatro: il teatro recitato, il teatro per musica, il concetto di avanguardia, il teatro della parola, il teatro del “travestimento”.
Guidando il lettore tra i capitoli del suo libro, Franco vazzoler viene svelando, con persuasiva competenza critica, la sua duplice dimensione di lettore e di spettatore di teatro, appassionandosi a quel «teatro della parola» di un autore che «prima di essere poeta» si percepisce nella semplice dimensione di «uno che scrive».
L’idea di teatro che Sanguineti ha proposto dagli anni Sessanta ad oggi viene radiografata in questi cinque «assaggi», restituendo a questa pratica della scena la sua vera novità, abitata da un ecclettismo che gioca con leggerezza a scardinare i codici e i linguaggi della drammaturgia. (Adriana Chemello)
Luca Ferraro, Tesi di Laurea, Dal funzionario di Dio alla marionetta. L’eroe epico a contatto con il mondo di prosa (relatore prof. Matteo Palumbo)
MOTIVAZIONE
Con la ricerca Dal funzionario di Dio alla marionetta. L’eroe epico a contatto con il mondo di prosa della Secchia rapita, tesi di laurea specialistica in Letteratura italiana, discussa nell’a.a. 2008/2009 presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”, Luca Ferraro, muovendo da un’accurata analisi dell’opera tassoniana, affronta, grazie anche ad una notevole padronanza delle fonti, il complesso tema dell’esperienza eroicomica nella letteratura italiana del Seicento.
Dopo aver ricostruito la fortuna editoriale della Secchia rapita nei secoli ed il mutevole atteggiamento della critica nei confronti del Tassoni e della sua opera principale, l’autore si sofferma su quello che egli stesso definisce “un mondo orfano d’eroi”, o per meglio dire popolato di “eroi rovesciati”, analizzando struttura, schemi, metrica, dimensione spazio-temporale del poema, ma soprattutto alcuni dei suoi protagonisti, di cui mette sapientemente in luce caratteristiche e peculiarità, in un continuo confronto con analoghi personaggi presenti nei poemi cavallereschi ed epici del Cinquecento.
Criticamente e correttamente collocata dall’autore in un divenire storico che muovendo dal poema epico, al quale del resto si era originariamente ispirato lo stesso Tassoni, procede verso il romanzo, l’esperienza del poema eroicomico mostra tuttavia, a confronto ad esempio con il quasi contemporaneo Don Chisciotte, tutti i suoi limiti, rivelandosi in realtà «la fine di un percorso, non un nuovo inizio».
Non così per Ferraro. La competenza, precisione, completezza con cui ha saputo elaborare la propria
indagine rappresentano infatti un sicuro punto di partenza per future attività di ricerca. (Luca Bellingeri)
